- Categoria: Immaturità, ritardo nello sviluppo
Capire diversamente mio figlio - Replica
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Gentilissima dott.ssa,
nella sua precedente risposta mi ha fatto capire tante cose.
Sicuramente ha ragione quando dice che devo imparare a capire meno, ha ragione quando dice che sono ansiosa ecc. Comunque visto la sua disponibilità ci tengo a raccontarle particolari che riguardano il ragazzo.
La diagnosi neuropsichiatrica è:
* disturbo di personalità dipendente
* disturbo specifico dell'emotività infanzia e adolescenza
La scuola:
* ha avuto il sostegno in 4a e 5a elementare ma è stato un grandissimo fallimento perché lo ha sempre rifiutato e vissuto come un fastidio e una conferma ai suoi dubbi di essere inferiore agli altri.
* attualmente in autonomia, impegno assente, apprendimento scarso malgrado lui faccia cose differenziate dagli altri e anche semplici operazioni, tipo 20 - 1, ha difficoltà a rispondere.
* quando ci sono le verifiche, con il libro di testo sotto gli occhi, non compila quasi nulla.
* gli insegnanti chiedono a noi come comportarsi. Dicono che nella loro esperienza anche bambini con gravi handicap non sono stati così disinteressati a tutto come lui.
Rapporto madre - figlio:
Il mio rapporto con lui è abbastanza conflittuale nel senso che lui non è molto indipendente con la preparazione dello zaino scolastico, con l'orologio, anche se conosce bene le ore, a volte sembra dimenticarsene, inoltre tende sempre a trasgredire le regole. Mi fa dispetti di ogni genere, tipo metterci un quarto d'ora a mettersi le scarpe, lasciare in giro carte varie e, se gli dico fai così, lui fa esattamente l'opposto. Ma spesso lui stesso mi cerca per delle coccole che io faccio sempre con molto piacere. Io penso di essere una madre un po' chioccia ma con lui non riesco a impormi anche perché non so mai se e' in grado di fare qualcosa o mi sta prendendo in giro. Nel dubbio io cerco di dargli molto affetto.
I lati buoni li ha sicuramente:
* e' un bambino dolce, non litiga con nessuno e ci vuol bene mamma, papà e fratello, non ha mai combinato disastri in giro e neanche in casa.
* tiene molto alla pulizia personale, denti, vestiti,
* sa giocare bene a pallone e non ha nemici.
* non è assolutamente egoista.
Inoltre non vuole relazionare, è come se lui volesse essere lasciato nel suo brodo, bambino trasparente con gli adulti. Con i suoi coetanei invece li cerca ma sempre con timidezza.
Spero di essere stata chiara, inoltre la ringrazio per la sua sincera risposta, spero che anche questa volta faccia lo stesso.
Grazie, grazie ancora.
Gentile signora Paola,
grazie alla Sua seconda lettera, alcune cose sono ora più chiare, prima di tutto il fatto che c'è "papà e fratello". Vorrei proprio cominciare da questo: l'informazione che mi ha dato è molta preziosa in quanto la composizione del nucleo familiare non è per niente irrilevante ai fini di una migliore comprensione. Pur non sapendo né l'età del fratello né la qualità della presenza paterna (e di marito o partner!), vorrei comunque delineare l'importanza, a mio avviso tutta da evidenziare, di questo fatto. Veda cara Signora, madri in situazioni simili alla Sua, che però a differenza da Lei vivono in casa da sole con il proprio figlio, sono private di un essenziale elemento sul quale Lei invece può (o dovrebbe poter) contare: la presenza appunto del padre e marito (o partner). Si è visto che i disturbi di personalità dipendente sono più difficili da curare qualora la madre vive da sola con il figlio, in perfetta simbiosi duale "senza l'intrusione di terzi".
Certamente il vivere in simbiosi duale esclusiva è possibile anche in un nucleo familiare numeroso, se gli altri componenti familiari non si "intrufolano" in qualche modo o comunque non "minacciano" la permanenza del metaforico "cordone ombelicale" che lega i due componenti "in simbiosi". Simbiosi non significa necessariamente vicinanza non conflittuale, ma anzi, spesso si muove proprio tra vicinanza armonica (le coccole) e rapporto conflittuale (dispetti...).
Perché armonia e contemporaneamente conflitto? Mi permetto di riproporLe ancora una volta la metafora del cordone ombelicale: già al momento della nascita si comincia a "tirare" in qualche modo il cordone ombelicale fino a spezzarlo... Se invece la metaforica permanenza del cordone tra madre e figlio si protrae troppo nel tempo, con la relativa PAURA (o da parte della mamma o da parte del figlio e/o da parte di entrambi) di spezzarlo e contemporaneamente la VOGLIA (o da parte della mamma o da parte del figlio o da parte di entrambi) di spezzarlo, allora l'ARMONIA (le coccole) da una parte e la CONFLITTUALITÀ (fare esattamente l'opposto) dall'altra sono pre-programmate.
Perché? Perché a livello conscio l'esistenza del cordone viene accettata, a livello meno conscio viene invece rifiutata. Ecco il sorgere della conflittualità.
Il padre ha un ruolo fondamentale in tutto questo, perché è la persona naturalmente più vicina sia alla madre che al figlio e può dare perciò un preziosissimo contributo ad aiutare a "tagliare" l'eventuale cordone ombelicale, per così dire "intrufolandosi" in senso positivo ed aiutando-rassicurando-incoraggiando chi ha paura di fronte a questo "taglio" necessario ma doloroso.
Cara Signora, non mi fraintenda, la vicinanza tra madre e figlio è normalissima come lo sono senz'altro le coccole e come lo sono senz'altro anche gli aspetti conflittuali. Quello che invece intendo suggerire, è di includere il più possibile il padre nella programmazione di regole ben precise di fronte al comportamento di Vostro figlio, discutendone ampiamente dapprima tra Voi due adulti. Le regole che proponete dovrebbero essere POCHE, anzi POCHISSIME ma CHIARISSIME. Penso che una sola regola per iniziare sia sufficiente (ad esempio la preparazione dello zaino SENZA auto oppure simili piccoli compiti, i cosiddetti "compiti di autonomia").
Qualora l'esperimento dovesse coinvolgere in qualche modo la scuola, anche le insegnanti dovrebbero essere informati e collaborare alla riuscita dell'esperimento. Se il ragazzo ad esempio arriva a scuola senza il quaderno, la responsabilità non è della mamma, ma del ragazzo. Una maggior responsabilizzazione potrebbe così essere avviata (sicuramente non senza stress e problemi iniziali!). Se lo ritenete più opportuno, potete cominciare anche benissimo con un altro "compito di autonomia" che non includa necessariamente il mondo della scuola.
Per quanto riguarda il padre, non è importante che sia fisicamente sempre presente quando il ragazzo fa il suo "compito di autonomia", è invece importantissimo che comunichi al figlio che ne è a perfetta conoscenza e in assoluto accordo con la mamma e con le insegnanti (qualora fossero co-interessati nell'esperimento) su questo "compito" da svolgere. Lei scrive che Suo figlio Le fa dispetti e spesso il contrario di ciò che Lei gli dice. Cercate, Lei in accordo con il padre, di imporgli POCHISSIME regole, meno possibili, ma di essere coerenti e inflessibili su queste POCHE. Anzi, e mi ripeto, cominciate intanto con una sola regola ovvero con un solo "compito di autonomia". Comunicate a Vostro figlio che sapete benissimo che sa fare questa determinata cosa. Cominciate perciò con una cosa realmente risolvibile da parte del ragazzo.
E che fare se non rispettasse nemmeno quest'unica regola? Innanzitutto non abbattetevi se non funziona subito. Vostro figlio Vi conosce da 14 anni!, se dovesse scoprire dei cambiamenti, pur minimi, nella Vostra modalità di rapportarvi con lui, potrebbe tentare per un bel po' di tempo di non crederci! E la questione delle punizioni? Più che di punizioni parlerei di REAZIONI da parte Sua e (!) da parte del papà. I figli colgono solitamente le reazioni da parte dei genitori nei loro minimi particolari. In questo senso potrebbe, ad esempio, bastare che Lei e il padre gli dimostriate con l'espressione della faccia (la faccia un po' lunga, ma non troppo) e/o la voce e/o le coccole (fatte con meno entusiasmo del solito) il Vostro dispiacere. Oppure, ogniqualvolta il ragazzo si è impegnato, la vostra gioia.
Ho approfondito solo alcuni aspetti della Sua lettera, questi che mi sembravano i più rilevanti in questo momento, sperando di esserLe stata in qualche modo utile. Avrei piacere sentirLa ancora, dopo un po' di tempo, per verificare insieme a Lei eventuali cambiamenti.
Forse più che "capire meno" si tratta di "capire diversamente".
copyright © Educare.it - Anno I, Numero 4, Marzo 2001

