Stop the genocide poster

Di fronte alle irrisioni dei compagni. Un episodio con un adolescente oggetto di bullismo

Come quasi ogni giorno da qualche tempo a questa parte, anche oggi Elir, un ragazzo albanese di tredici anni adottato da cinque da una famiglia italiana, torna a casa da scuola in preda ad una forte tensione, così nervoso e agitato da non riuscire ad acquietarsi in nessun modo. Risponde in malo modo a qualsiasi input gli giunga, scatta di nervi in ogni movimento, schizza la sua irritazione e insofferenza nei confronti di tutto ciò che, anche benevolmente, lo circonda, si mostra sprezzante e in atteggiamento di sfida verso tutti e tutto. Anche oggi deve aver ‘subito’ qualcosa che ora sta ‘vomitando fuori’ in questo modo. Dopo un po’ è lui stesso a volermelo raccontare. Gli comunico che ho tutto il desiderio e l’intenzione di ascoltarlo molto attentamente e seriamente, ma voglio evitare che questo si trasformi, come certe volte è accaduto, in un modo per alimentare in lui una ‘dinamica di vittimismo’ in cui al suo ruolo di vittima, corrisponde quello di chi lo ascolta guardandolo e inducendolo a sentirsi ancor più fortemente tale: voglio accogliere la sofferenza di Elir, ma la voglio pure ‘contenere’, non ‘amplificare’.

Per evitare che Elir mi trascini in una sorta di ‘com-pianto’ su di lui che rischia di andare avanti per ore intere e fagocitare tutta la sua giornata e, soprattutto, tutte le sue energie, tutti i suoi pensieri e tutto il suo sentire, fino a ingigantirsi in un problema davvero sproporzionato e inabbordabile, ci accodiamo su un tempo ‘delimitato’ da dedicargli. Possiamo convenire in un tempo di mezz’ora, di un’ora, di due ore, di tre ore: non importa quanto. Ma mi sembra importante che si diano dei ‘confini’ al tempo da dedicare al problema…e dunque al problema stesso. Faccio bene attenzione a che Elir non interpreti questo come una mancanza di voglia di ascoltarlo o di interesse, di considerazione o di riconoscimento della sua sofferenza. E glielo confermerò, anche durante il suo racconto: la mia attenzione e il mio impegno a comprendere empaticamente il suo vissuto saranno totali. Nessuna cosa, in quel lasso di tempo, potrà distogliere e distrarre il mio ascolto. Spengo anche il cellulare, semmai dovesse chiamarmi qualcuno. Lo convinco a ‘firmare l’accordo’ osservando che i problemi in cui si incappa, a volte, sono come le sabbie mobili dei cartoni animati: più le persone che ci finiscono dentro si divincolano al loro interno, più ci rimangono e ci indugiano in mezzo …e più le sabbie mobili le fagocitano! Occorre, sì, prendere atto del problema, occorre prendere atto che si è finiti tra le sabbie mobili, ma poi bisogna pure trovare il modo di uscirne al più presto!

Pare convinto. ‘Contratto stipulato’. Un’ora di tempo e non un minuto in più. In quell’ora potrà raccontare, piangere, gridare tutta la sua rabbia, vomitare fuori tutte le umiliazioni subite, soffrire. Ma dopo, almeno per il problema contingente della giornata, si chiude: si va a fare una serena passeggiata in mountain-bike tra i boschi e poi a mangiarsi un mega-gelato con cioccolato e panna per merenda!

Il suo punto di vista

Inizia, quindi, il suo racconto: “Tutti ce l’hanno sempre con me… I miei compagni di scuola mi deridono perché sono Albanese… Dicono che io sono handicappato perché non riesco ad andare bene a scuola come loro, anche se studio tantissimo… Mi dicono che puzzo e che siccome sono Albanese sono sicuramente anche un ladro… Mi dicono che sono delinquente nel sangue come tutti quelli della mia razza… Mi fanno i dispetti… Mi rubano la merenda… Mi spezzano le matite nuove…”. E poi anche cose ben più pesanti: “Mi chiamano ‘bastardo’e ‘figlio di buona donna’ perché dicono che la mia madre naturale era una prostituta e per questo mi ha abbandonato…”. Certo non potevano toccare in lui un tasto più dolente!

Esternata, sfogata e poi accolta tutta la sua amarezza, le sue proteste, le sue lamentele, la sua sofferenza, la sua frustrazione e la sua rabbia ora, per me, è il momento di intervenire in qualche modo, di dire, di fare qualcosa. L’ho ascoltato, gli ho mostrato di capire bene il suo stato d’animo: gli rivelo che anche io, seppur in maniera diversa, ho subito derisioni al tempo delle scuole medie e che tutt’ora, in certi ambienti, mi trovo spesso a pagare di una mentalità non sempre allineata a quella degli altri. Gli mostro la mia vicinanza, ma non voglio compiangerlo, anche se mi fa una tenerezza enorme: non voglio accrescergli quel senso di commiserazione che già prova verso se stesso, aggiungendovi la mia.
Mi viene in mente uno dei cavalli di battaglia di uno dei miei professori di Psicologia, la “causalità affettiva”:
Quando ho iniziato il training in AT una delle prime cose che ho imparato per esperienza diretta è che nessuno può “farmi stare (farmi sentire) bene/male” e che non posso “far stare (far sentire) bene/male” qualcun altro. […] non c’è nessun rapporto di causa-effetto tra ciò che una persona mi dice o fa e i sentimenti che io provo: nessuno (eccetto me stesso) ha il potere di farmi sentire bene o male, a meno che io non voglia; e viceversa. L’accettazione da parte mia di questo punto di vista ha richiesto lungo tempo e un profondo cambiamento personale perché prima del training ero fermamente convinto del contrario, cioè che possiamo far star bene o male gli altri e che gli altri possono farci star bene o male. […] Si tratta di un pensiero, una credenza, una convinzione che possiamo considerare come una vera e propria teoria causale dei rapporti inter-personali, propria del “senso comune”; è una teoria, anche se non scientifica, perché spiega come funzionano le relazioni tra le persone. Poiché si tratta di cause e di effetti sugli affetti, propongo di chiamarla teoria della causalità affettiva.[1]

Personalmente, pur condividendo il giudizio sull’inesistenza di causalità affettiva, ho sempre nutrito il sospetto che esso contenga il rischio di una qualche forma di indifferenza, di un certo individualismo, di una sorta di deresponsabilizzazione nei confronti del prossimo, di una comoda giustificazione per una pacifica estraneità di fronte alla condizione dell’altro: “se io non ho potere su di te, allora non ho nemmeno alcuna responsabilità nei tuoi confronti, sul tuo stato di benessere o malessere”, di contro al levinassiano sentirsi “responsabili per altri” o al biblico comando del “farsi carico” della vita altrui. [2] Ritengo, pertanto, che la consapevolezza della “non causalità affettiva”, affinché non si deformi in una pericolosa legittimazione all’egoismo, vada sempre accompagnata e contestualizzata in una più ampia visione antropologica in cui si tenga presente del reciproco rapporto di interdipendenza e di responsabilità tra esseri umani che non può sollevare nessuno dall’obbligo di fronte all’appello del dolore di nessuno. O anche dall’impegno a contribuire alla sua felicità.

Precisato questo, torno dunque ad Elir e al suo problema. Dicevo: mi viene in mente che il principio di “non causalità affettiva” possa essere un buon perno su cui far leva per aiutarlo a riappropriarsi della sua autonomia, di contro alla passiva totale dipendenza dalle derisioni dei compagni. Certo, non si tratta tanto di ‘comunicarglielo’, di ‘spigarglielo’ con una dotta lezione teorica. Si tratta di farglielo ‘comprendere’ e non solo intellettivamente. Come comunicargli il significato di “causalità” e poi, ancora più difficile, di “causalità affettiva”?

Un pugno nello stomaco

All’improvviso gli sferro un pugno sullo stomaco (è ovvio: non eccedo con la forza, ma comunque glielo faccio sentire…). Elir che si aspettava il mio compianto e si aspettava che al suo “Povero me!” facesse eco, raddoppiandolo, il mio “Povero te!”, rimane del tutto stupito e disorientato. Capisce che si tratta di un ‘pugno-gioco’, sente che non faccio sul serio e abbozza un sorriso, ma è del tutto sconcertato…
“Dove ti ho fatto male?” gli domando.
Risponde indicando l’addome.
Poi gli calpesto un piede e di nuovo: “Dove ti fa male adesso?”.
“Qui…sul piede”.
“E adesso dove ti fa male?” e gli sgancio un altro colpo sulla spalla.
“Qui…” risponde lui.
Lo sconcerto iniziale inizia a trasformarsi, in Elir, in divertimento… Ride, ma di sicuro è ancora perplesso: non capisce bene a che gioco stiamo giocando e soprattutto perché io, invece di rispondere al suo racconto con un qualche ‘co-lamento’, abbia deciso di incominciare a “giocare ai pugni”…
Dopo aver lasciato che il gioco andasse avanti per un po’ di tempo, inizio a ‘gridargli addosso’ con forza gli stessi appellativi che, mi aveva appena raccontato, i compagni gli avevano affibbiato a scuola. Gli urlo contro, fissandolo negli occhi, a un palmo dal suo naso:
“Sporco Albanese!”. Elir, di nuovo, torna perplesso. E dopo:
“Dove ti fa male adesso?”
“Da nessuna parte…”.
Gli sferro ancora il pugno:
“E adesso, dove ti fa male?”
“Qui…” .
“Puzzolente!”
E poi:
“Dove ti fa male ora?”
“Da nessuna parte”.
Continuo così per un po’, alternando pugni e insulti, seguiti dalla stessa domanda. C’è un forte crescendo di intensità emotiva. Non evito di gridargli addosso anche gli appellativi che so essere per lui i più dolorosi… Il gioco divertente si è trasformato in un momento molto serio e molto carico emotivamente, sia per me, che per lui. Sono consapevole di colpirlo con intensità su corde molto delicate e sensibili e un po’ temo che stia rischiando di scatenare in lui quel dolore che, invece, cerco di aiutarlo a dominare. So che Elir è molto legato a me, si fida totalmente e non dubita del mio affetto nei suoi confronti: questo, da una parte, gli consente di reggere ai colpi che gli sto infliggendo e di contestualizzarli, dandogli ‘contenimento’, all’interno della relazione, ma dall’altra glieli rende ancor più emotivamente forti e intensi. Ma è proprio di questa intensità emotiva che cerco di servirmi affinché ciò che cerco di comunicargli abbia su di lui un qualche impatto.

Solo dopo questo momento così carico emotivamente, iniziamo a ragionare sull’accaduto e trovo ‘materiale acceso’ per avviarlo al pensiero dell’impotenza su di lui delle parole degli altri. Più o meno arriviamo a questa formulazione del “principio di non causalità affettiva” del mio professore: “I pungi sono ‘duri’ e, se ci arrivano addosso, fanno male anche se noi non vogliamo che ce ne facciano; le parole non sono altrettanto ‘dure’, sono fatte di ‘aria’ e ci fanno male solo se noi decidiamo che ci facciano male”.
Di certo questo episodio non sarà stato sufficiente a risolvere il problema della sofferenza di Elir a fronte delle altrui derisioni (e d’altronde chi può dirsi del tutto autonomo e immuni dal pensiero o dalle parole degli altri su se stesso, pur sposando tutte le teorie di “non causalità affettiva” che si voglia!), ma credo che possa aver costituito un piccolo passo verso quella direzione.

L’episodio si svolse poco tempo prima della morte del Papa. Elir, affascinato anche lui dal grande carisma di Giovanni Paolo II, venuto a conoscenza delle critiche e delle opposizioni che anch’egli dovette fronteggiare nella sua vita e nel suo Pontificato, commentò così: “Quando gli spararono con la pistola gli arrivò addosso un proiettile e il Papa non poteva non cadere a terra, ma quando lo insultavano con la voce, gli arrivava solo l’aria e lui riusciva a non cadere. Anche io sto imparando a fare come lui”.

 

 


 

Note:
1. A.Zuczkowski, Dialoghi quotidiani: il counselling amicale, Clueb, Bologna 2004, pp. 98-99
2. Sulla visione della Bibbia circa la reciproca responsabilità, viene in mente anche la domanda di Dio a Caino: “Dov’è tuo fratello?” (Gn 4, 8). Il rifiuto di concepire tale responsabilità da parte di Caino riecheggia, poi, nella sua protesta, tesa a delegittimare la domanda divina circa le sorti di Abele: “Sono forse io il custode di mio fratello?” (Gn 4, 9).

 


 

copyright © Educare.it - Anno VI, Numero 3, Febbraio 2006