- Categoria: Esperienze a scuola
Dalle parole al cuore
Ritrovarmi in una classe di scalmanati, assolutamente ignari dell'esistenza di regole e buon senso, e niente affatto interessati ad alcun tipo di apprendimento, non lo avevo messo in conto nel partecipare a quella "selezione esperti" per un PON dal titolo "Dalla parola alle parole". Ho sempre fatto formazione con adulti ma ero stata attratta dall'idea di poter fare lezioni di italiano; mi piace molto, scrivere, leggere e tutto ciò che ha a che fare con la nostra meravigliosa lingua. L'idea era quella di un laboratorio di scrittura creativa e lettura espressiva. La mia idea ...
Quando fui catapultata in quel contesto di confusione, demotivazione e, soprattutto, di maleducazione, ebbi un attimo di smarrimento. Capivo che non avrei potuto affidarmi alla mia indole, che mi porta a scegliere morbidezza e tolleranza come stile educativo e formativo, perché sarei stata letteralmente sopraffatta da quella banda di selvaggi nel cui vocabolario non erano contemplati termini come gerarchia o autorità. Il Tutor, dal canto suo, mi guardava con smarrimento e al tempo stesso con un filo di speranza che il mio arrivo potesse salvarlo da quel caos. I ragazzi urlavano, saltavano da un banco all'altro, consumavano senza interruzione bibite e merendine che andavano continuamente a prendere al distributore senza neanche chiedere il permesso, andavano al bagno come e quando gli pareva e si accapigliavano tra loro.
Io, da "brava psicologa", osservavo. Lo faccio sempre, mi concedo un tempo di osservazione, un tempo in cui resto ferma sospendendo qualsiasi azione, perché credo che l'ansia di fare, di trovare soluzioni piuttosto che analizzare il problema, possa portare ad interventi affrettati ed inadeguati, spesso persino controproducenti. Tornando a casa mettevo insieme le mie osservazioni: l'analisi dei bisogni, gli obiettivi a breve, medio e lungo termine, la valutazione delle risorse. Ma tra un pensiero e l'altro cercavo una scusa plausibile per mollare tutto e andarmene da un'esperienza che mi metteva di fronte alla necessità di sperimentare una nuova me. E' molto più facile essere dolci, tolleranti, permissivi. Soprattutto quando tutto vuole essere approcciato con l'amore. Ma il punto è se vogliamo ricevere o dare amore. So molto bene quanto conti per me essere amata e conosco le mie difficoltà nel dover assumere comportamenti che, nel mio immaginario, mettono a rischio questa possibilità. Era chiaro che si stava delineando per me una nuova sfida. In fondo anche questi ragazzi cercavano di sfidare qualcosa: la pazienza, l'autorità, la competenza, ma soprattutto anche loro stavano sfidando l'amore. Sì, perché a volte i ragazzi fanno così, vogliono sapere fino a che punto li puoi amare per potersi fidare di te, vogliono sapere cosa sei disposto ad accettare, quanto sei capace di accoglierli nei loro aspetti peggiori, per stabilire se meriti quelli migliori. E ora io dovevo imparare da loro, accogliendo la mia e la loro sfida.
Alla lezione successiva avevo le idee chiare ed un progetto ben strutturato. Ora sapevo di cosa avevano bisogno e questo contava, non quello di cui potevo aver bisogno io. Così, vestendo i panni della "maestra cattiva", tornai in classe e, capace persino di alzare la voce fino al punto di sopraffare le loro, cominciai letteralmente a dettare leggi. Disposti diversamente nell'occupazione degli spazi, ora avevano orari per la merenda e per andare al bagno, dovevano chiedere il permesso anche per effettuare un semplice spostamento da un banco all'altro, avevano una serie di divieti e di penalità, ed erano costretti ad alzarsi in piedi, in segno di riconoscimento e rispetto dell'autorità, ogni volta che sarei entrata o uscita dall'aula!! Pensai che mi avrebbero odiata. Con grande stupore, mio e pure del tutor, ero riuscita a ristabilire un po' d'ordine e disciplina ma ero certa che avrei pagato un prezzo molto alto per il mio cuore. Ma era giusto così. Il compito di un genitore non è di essere amato ma di fare ciò che serve ai propri figli, e per un educatore le cose non stanno diversamente.
Il nuovo assetto della classe ed il clima miracolosamente raggiunto mi hanno permesso di fare un buon lavoro. Utilizzando le emozioni che avevano da subito caratterizzato questa esperienza ho strutturato un programma che aiutasse i ragazzi a riconoscere e gestire le proprie emozioni, una sorta di utilizzo della lingua per un progetto di educazione emotivo-affettiva. Dato il breve tempo che mi è stato concesso non sono riuscita ad ottenere grandi miglioramenti ortografici ma ho visto crescere curiosità, interesse e motivazione ad apprendere. Uno degli ultimi compiti che ho assegnato ai ragazzi è stato:"Scrivi una lettera ad una persona cara". Molte delle lettere erano indirizzate a me!! Ne riporto un brano di una di esse.
"Cara maestra, tu ci hai fatto capire che l'italiano ci serve per dirci che ci vogliamo bene e per quando litighiamo così possiamo dire le nostre idee e gli altri ci capiscono, io se sapevo che l'italiano era così bello me lo mettevo a studiare prima ma anzi no, è meglio di no perché se ero bravo non mi mettevano nel PON e non ti potevo conoscere mai".
Il mio cuore ha avuto la sua parte.
Autore: Nunzia Manzo, Psicologo e Mediatore familiare con vasta esperienza nel settore dei servizi sociali. Impegnata a collaborare con i Tribunali dei Minori nelle questioni di Affido e Adozione nazionale e internazionale, di Valutazione e Rafforzamento delle competenze e capacità genitoriali, e con i Tribunali Ordinari per la Mediazione Familiare nelle coppie in separazione. Attualmente riveste il ruolo di coordinatore dei servizi in una cooperativa sociale a Benevento.
copyright © Educare.it - Anno XII, N. 8, luglio 2012
Ritrovarmi in una classe di scalmanati, assolutamente ignari dell’esistenza di regole e buon senso, e niente affatto interessati ad alcun tipo di apprendimento, non lo avevo messo in conto nel partecipare a quella “selezione esperti” per un PON dal titolo “Dalla parola alle parole”. Ho sempre fatto formazione con adulti ma ero stata attratta dall’idea di poter fare lezioni di italiano; mi piace molto, scrivere, leggere e tutto ciò che ha a che fare con la nostra meravigliosa lingua. L’idea era quella di un laboratorio di scrittura creativa e lettura espressiva. La mia idea …
Quando fui catapultata in quel contesto di confusione, demotivazione e, soprattutto, di maleducazione, ebbi un attimo di smarrimento. Capivo che non avrei potuto affidarmi alla mia indole, che mi porta a scegliere morbidezza e tolleranza come stile educativo e formativo, perché sarei stata letteralmente sopraffatta da quella banda di selvaggi nel cui vocabolario non erano contemplati termini come gerarchia o autorità. Il Tutor, dal canto suo, mi guardava con smarrimento e al tempo stesso con un filo di speranza che il mio arrivo potesse salvarlo da quel caos. I ragazzi urlavano, saltavano da un banco all’altro, consumavano senza interruzione bibite e merendine che andavano continuamente a prendere al distributore senza neanche chiedere il permesso, andavano al bagno come e quando gli pareva e si accapigliavano tra loro.
Io, da “brava psicologa”, osservavo. Lo faccio sempre, mi concedo un tempo di osservazione, un tempo in cui resto ferma sospendendo qualsiasi azione, perché credo che l’ansia di fare, di trovare soluzioni piuttosto che analizzare il problema, possa portare ad interventi affrettati ed inadeguati, spesso persino controproducenti. Tornando a casa mettevo insieme le mie osservazioni: l’analisi dei bisogni, gli obiettivi a breve, medio e lungo termine, la valutazione delle risorse. Ma tra un pensiero e l’altro cercavo una scusa plausibile per mollare tutto e andarmene da un’esperienza che mi metteva di fronte alla necessità di sperimentare una nuova me. E’ molto più facile essere dolci, tolleranti, permissivi. Soprattutto quando tutto vuole essere approcciato con l’amore. Ma il punto è se vogliamo ricevere o dare amore. So molto bene quanto conti per me essere amata e conosco le mie difficoltà nel dover assumere comportamenti che, nel mio immaginario, mettono a rischio questa possibilità. Era chiaro che si stava delineando per me una nuova sfida. In fondo anche questi ragazzi cercavano di sfidare qualcosa: la pazienza, l’autorità, la competenza, ma soprattutto anche loro stavano sfidando l’amore. Sì, perché a volte i ragazzi fanno così, vogliono sapere fino a che punto li puoi amare per potersi fidare di te, vogliono sapere cosa sei disposto ad accettare, quanto sei capace di accoglierli nei loro aspetti peggiori, per stabilire se meriti quelli migliori. E ora io dovevo imparare da loro, accogliendo la mia e la loro sfida.
Alla lezione successiva avevo le idee chiare ed un progetto ben strutturato. Ora sapevo di cosa avevano bisogno e questo contava, non quello di cui potevo aver bisogno io. Così, vestendo i panni della “maestra cattiva”, tornai in classe e, capace persino di alzare la voce fino al punto di sopraffare le loro, cominciai letteralmente a dettare leggi. Disposti diversamente nell’occupazione degli spazi, ora avevano orari per la merenda e per andare al bagno, dovevano chiedere il permesso anche per effettuare un semplice spostamento da un banco all’altro, avevano una serie di divieti e di penalità, ed erano costretti ad alzarsi in piedi, in segno di riconoscimento e rispetto dell’autorità, ogni volta che sarei entrata o uscita dall’aula!! Pensai che mi avrebbero odiata. Con grande stupore, mio e pure del tutor, ero riuscita a ristabilire un po’ d’ordine e disciplina ma ero certa che avrei pagato un prezzo molto alto per il mio cuore. Ma era giusto così. Il compito di un genitore non è di essere amato ma di fare ciò che serve ai propri figli, e per un educatore le cose non stanno diversamente.
Il nuovo assetto della classe ed il clima miracolosamente raggiunto mi hanno permesso di fare un buon lavoro. Utilizzando le emozioni che avevano da subito caratterizzato questa esperienza ho strutturato un programma che aiutasse i ragazzi a riconoscere e gestire le proprie emozioni, una sorta di utilizzo della lingua per un progetto di educazione emotivo-affettiva. Dato il breve tempo che mi è stato concesso non sono riuscita ad ottenere grandi miglioramenti ortografici ma ho visto crescere curiosità, interesse e motivazione ad apprendere. Uno degli ultimi compiti che ho assegnato ai ragazzi è stato:“Scrivi una lettera ad una persona cara”. Molte delle lettere erano indirizzate a me!! Ne riporto un brano di una di esse. “Cara maestra, tu ci hai fatto capire che l’italiano ci serve per dirci che ci vogliamo bene e per quando litighiamo così possiamo dire le nostre idee e gli altri ci capiscono, io se sapevo che l’italiano era così bello me lo mettevo a studiare prima ma anzi no, è meglio di no perché se ero bravo non mi mettevano nel PON e non ti potevo conoscere mai”
Il mio cuore ha avuto la sua parte.

