- Categoria: Genitorialità
La comprensione empatica come strumento educativo e di relazione
Di fronte a qualcosa che non ci piace, che magari ci coglie di sorpresa e ci disturba, spesso la nostra normale reazione è il rifiuto, la chiusura. Ci sono situazioni nelle quali questo tipo di atteggiamento non provoca conseguenze troppo negative: in fondo si tratta di una forma di difesa e, come tale, ha un certo potere adattivo.
Quando però la "situazione" che ci si trova davanti ha l’aspetto di un bambino arrabbiato, capriccioso, aggressivo, impaurito… il rifiuto non è un atteggiamento senza effetto. Certamente tutti noi preferiamo avere a che fare con persone (adulte oppure no, non fa qui grossa differenza) serene, tranquille ed accomodanti; le espressioni emotive e comportamentali di sofferenza ed aggressività ci mettono a disagio, ci inducono a scostarci - fisicamente e psicologicamente – dalla fonte da cui provengono. Quello che, però, è altrettanto certo, è che il sentirsi rifiutati è un’esperienza difficile da accettare ed elaborare, non solo per l’adulto ma anche (e soprattutto) per il bambino. Molte volte mi è capitato di assistere a manifestazioni di disapprovazione e di collera da parte di un adulto, - spesso il genitore - nei confronti di un piccolo, ad esempio, un po’ impetuoso o arrabbiato.
Il primo punto meritevole di attenzione sta proprio qui: la collera e la disapprovazione si rivolgono, in genere, al bambino, più ancora che al suo agìto "colpevole". "Sei cattivo!" non ha proprio lo stesso significato di "Stai facendo una cosa cattiva!": un conto è condannare la persona, giudicarne l’intrinseca "cattiveria", altra cosa è valutarne il comportamento; anche le persone "buone" possono fare cose cattive quando si arrabbiano! Per cui, di fronte ad un piccolo che esprime un’emozione negativa con tutta la voce che ha in gola, cercare di mantenere distinto il livello persona - comportamento è davvero essenziale.
Compiuto questo primo passo, è molto importante cercare di osservare la propria reazione di fronte al bambino e a quel che sta facendo – dicendo: ci stiamo innervosendo anche noi? Ci sentiamo imbarazzati, a disagio? Ci sentiamo spaventati, magari perché è la prima volta che ci capita di trovarci in una simile situazione? L’auto osservazione è uno strumento preziosissimo per relazionarci con gli altri, non dimentichiamolo.
Il terzo passaggio consiste nel "sintonizzarsi" sulla lunghezza d’onda emotiva del piccolo che abbiamo di fronte, facendo leva sulla capacità empatica che tutti noi, in gradi differenti, possediamo. Studi sperimentali dimostrano che la capacità empatica si mostra persino nei bambini di pochi giorni quando, al pianto di uno di loro, gli altri rispondono con analoghe manifestazioni; si tratta, in realtà, di un "contagio emotivo" piuttosto riflesso, primo passo verso la comprensione dei sentimenti altrui e la vera capacità empatica che, se opportunamente coltivata, farà la sua comparsa più avanti negli anni. Cercare di capire cosa si cela dietro il comportamento di un bambino, cosa lo spinge a fare e a dire quel che fa e dice, è fondamentale per gestire in maniera sana la relazione - anche educativa - con lui. Se, sempre in relazione all’esempio che ho scelto, il bambino è arrabbiato, la cosa migliore da fare è dimostrargli com-prensione (dal latino cum – prehendere, "prendere dentro", "accogliere") e sim – patia (dal greco "provare gli stessi sentimenti", "patire insieme"), verbalizzando il suo stato d’animo, così da renderlo chiaro ad entrambi: "Sei arrabbiato"; così facendo il piccolo capirà che ci occupiamo di lui e che siamo interessati a quello che prova. Già questo atteggiamento calmerà la frustrazione di non essere (magari) stato ascoltato fino a quel momento. Chiedendogli di raccontare cosa prova e cosa è successo, lo aiuteremo a fare ordine dentro di sé e ci daremo la possibilità di confortarlo e di assicurargli che gli vogliamo bene anche se è arrabbiato. I cosiddetti "capricci" derivano spesso da una lunga serie di richieste e segnali inascoltati, in seguito ai quali il bambino pensa di farsi sentire in altro modo (se finora non l’abbiamo ascoltato cos’altro dovrebbe fare?). Una volta chiarito lo stato d’animo e rassicurato il piccolo sul nostro affetto (di genitore, di educatore, di insegnante…), si potrà affermare che quanto fatto e/o detto dal piccolo non è una buona cosa (ad esempio "Non è stato bello che tu abbia spinto il tuo compagno") e si potrà suggerire al piccolo un modo alternativo di comportarsi, trasmettendogli la nostra fiducia nella sua capacità di migliorare ("La prossima volta usa le parole, quando vuoi qualcosa. So che sai essere un bambino gentile e rispettoso").
Ascoltare, comprendere, parlare, fare chiarezza, dimostrare affetto e rassicurare sono gli atteggiamenti corretti per gestire le relazioni con i nostri piccoli, figli o alunni che siano, anche e soprattutto quando si presentano situazioni di disagio emotivo. Succede certamente anche che, dopo tutto il bel discorso fattogli, il bambino si opponga a noi e al nostro affetto. Non scoraggiamoci e pensiamo che la sua fragile emotività ha bisogno di tutto tranne che del nostro rifiuto; diamogli il tempo di far passare la paura e tutte le altre emozioni che si agitano dentro di lui, consapevoli che possiamo sempre riparlargli in seguito e che, in ogni caso, gli abbiamo dato quello di cui aveva bisogno. Sarebbe stato peggio, in ogni caso, averlo sgridato con veemenza e averlo messo in castigo, umiliandolo e facendogli pensare che non gli vogliamo più bene. Non ricordo più chi l’ha detto, ma penso sia verissimo: "Le parole ed i gesti di amore sono, per il bambino, come gocce di rugiada per la pianticella che cresce". Non lasciamo i nostri piccoli, per quanto chiassosi ed imprevedibili siano, nel rischio di inaridirsi, ma innaffiamo le loro giovani radici di comprensione e sincerità.
copyright © Educare.it - Anno III, Numero 2, Gennaio 2003

