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Bullismo & siti peer to peer

Il bullismo elettronico, ossia quella forma di nuovo bullismo messo in atto sfruttando i mezzi tecnici messi a disposizione dal continuo sviluppo della tecnologia (videocellulari, chat on line, telecamere digitali, blog della Rete, flame-mail e hate-mail ecc.), può essere contrastato non solo con la fondamentale ed imprescindibile educazione dei ragazzi ad un uso consapevole del Web, ma anche ricorrendo ad un “intervento lato-server”, cioè impedendo ai siti specializzati in scambio di filmati di diffondere files nocivi al costume e alle norme sociali.

Fermo restando infatti la basilare causa del cyber-bullismo, e cioè la cattiva educazione ricevuta dai ragazzi-utenti della Rete, ovviamente non solo nell’ambito della “navigazione” all’interno del mondo virtuale, ma soprattutto nell’ambito della vita quotidiana di tutti i giorni, è necessario prendere dei provvedimenti paralleli per impedire il dilagare del fenomeno, agendo cioè direttamente sul grande serbatoio-Web che rende pubblici e diffonde i filmati di ogni tipo: i siti peer-to-peer. In questo grande spazio virtuale infatti, ciascun navigatore può “caricare” (upload) filmati acquisiti personalmente tramite videofonini o telecamere digitali, e può rendere conoscibili praticamente a chiunque ciò che egli ha ripreso; nello stesso tempo però, egli è in grado di conoscere ed acquisire tutti quei filmati che altri “pari” utenti (peer) come lui hanno deciso di mettere in Rete. Il sito “P2P” attualmente più famoso è sicuramente YouTube.

L’emulazione dell’atto di bullismo è una delle maggiori cause di diffusione del fenomeno: poter vedere determinati “esempi” di comportamento aggressivo, in accordo alla teoria dell’apprendimento del comportamento aggressivo, rende più probabile la possibilità che un atto antinormativo venga compiuto: ciò risulta vero soprattutto nel caso di soggetti dotati di una personalità fragile e di norme interne non ancora ben strutturate e forti come i bambini e gli adolescenti. Maggiore è la “pubblicità” di tali comportamenti devianti, maggiore sarà la possibilità che atti simili vengano messi in atto per spirito di emulazione. Sulla base di questa considerazione, è di pochi giorni la notizia che Alan Johnson, ministro dell’Educazione britannico, stia varando dei provvedimenti mirati a proibire che i siti peer-to-peer diffondano dei video e delle immagini aventi ad oggetto atti di bullismo. Durante la conferenza annuale del sindacato dei docenti (NASUWT) tenutasi a Belfast infatti, Johnson ha sostenuto che i siti “P2P” hanno una responsabilità sociale e l’obbligo morale di agire (“It’s time for big companies involved to live up to their moral responsibility”): solamente così, secondo il ministro, si potrà arrivare a contrastare il bullismo elettronico. Inoltre, Johnson ha anche asserito che “..by removing the platform, we’ll blunt the appeal”: togliendo cioè la pubblicità e la visibilità a livello mondiale di simili atti, si arriverà a far calare il fascino e l’interesse dei ragazzi per l’esecuzione e la messa in atto di queste aggressioni.

Sostenere il diritto degli insegnanti di sequestrare videofonini e telecamere usate in modo poco etico: è questo un altro strumento per impedire la ripresa e la conoscenza-diffusione all’interno del Web di episodi ritraenti violenze e soprusi nei confronti delle vittime dei bulli. A metà del mese di marzo 2007 il ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni, sulla scia di quanto accaduto in Inghilterra, ha emanato delle direttive simili, per cercare di arginare il dilagare del fenomeno all’interno della scuola italiana, precisando che tali procedure non consistono in una forma di censura, bensì in un’analisi più attenta e vigile di quanto viene diffuso su Internet, “in difesa della libertà di tutti e non solo di quella dei più forti”. Anche l’impedire alle aziende responsabili dei siti peer-to-peer di diffondere dei filmati di bullismo può essere un ulteriore mezzo per arginare un problema che giorno dopo giorno sembra divenire più diffuso.
Tuttavia va ricordato che i siti P2P sono solamente lo specchio della realtà e ritraggono ciò che avviene nella vita quotidiana. La soluzione del bullismo in tutte le sue forme (si pensi ad es. al mobbing in ambito lavorativo) resta in capo alle famiglie, alla scuola ed alla società: occorre uno sforzo congiunto che individui le pratiche aggressive ad ogni livello di relazione e si traduca in un impegno a sostituirle con comportamenti improntati alla gentilezza, al rispetto, alla benevolenza, alla solidarietà, alla giustizia.

 


Autore: David Evangelisti, laureato con 110 e lode in Scienze Politiche all’Università degli Studi di Pisa, indirizzo politico-sociale. Appassionato e studioso di tutto ciò che riguarda la Psicologia Sociale, ed in particolar modo la Psicologia del male (The Psychology of Evil).
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copyright © Educare.it - Anno VII, N. 8, Luglio 2007