- Categoria: Adolescenza e disagio giovanile
- Scritto da Luciano Pasqualotto
Non è un paese per giovani: 4 fattori di esclusione sociale
L’assottigliamento della popolazione giovanile che sbilancia l’età media del Vecchio Continente verso la senescenza, nel nostro Paese si acuisce di problematicità per la mancanza di diffuse opportunità di lavoro, di inserimento sociale, di impegno civile e politico. L’articolo analizza il fenomeno mettendo in luce quattro fattori che contribuiscono, spesso involontariamente, ai processi di marginalizzazione dei giovani nella società.
Introduzione
Il tema del ricambio generazionale all’interno della società ricorre in diversi contesti ma ovunque con i comuni denominatori della preoccupazione e della ricerca di soluzioni. Analisi sbrigative addebitano la responsabilità ai giovani che preferiscono divertirsi senza prendersi impegni, prolungare l’adolescenza il più a lungo possibile per non confrontarsi con le responsabilità proprie della vita adulta. Basta poco per comprendere che non si possono confondere le cause con i loro effetti. In altri termini, prima di rimproverare alle giovani generazioni di non voler entrare attivamente nella società occorre chiedersi quanto siano presenti forme di impedimento alla partecipazione attiva e piena nei diversi contesti di vita. Prendiamo a titolo esemplificativo il mondo del lavoro, dove l’analisi è alla portata di tutti: la disoccupazione giovanile, ancora altissima, non è questione di buona volontà salvo poche eccezioni, ma di opportunità lavorative concrete, dignitose, stabili nel tempo. Andare all’estero a “cercare fortuna” può essere una moda o una scelta, ma per i più è una necessità. Considerando quanto si spende per la formazione dei giovani ed il mancato contributo fiscale generato dal loro lavoro si ottengono dati drammatici. Secondo stime del Centro Studi di Confindustria, la “fuga dei cervelli” all’estero, cioè di laureati, costa all’Italia 14 miliardi l’anno[i]. Il fenomeno riguarda anche giovani meno qualificati, con numeri che, secondo Eurostat, avvicinano l’Italia più alla Romania[ii] che alla Francia, alla Germania o alla Spagna.
L’assenza dei giovani dai luoghi dell’impegno civile e politico è meno eclatante ma non meno drammatica in termini di impoverimento della società. Manca il ricambio nelle associazioni, nelle parrocchie, nei consigli comunali. In questo articolo si prova ad individuarne alcune ragioni, a partire dalla convinzione che la società, nel suo insieme e nei suoi corpi intermedi, non può rinunciare all’apporto dei giovani, delle loro competenze, della loro visione del futuro.
Questione di credito
Adriana Cavarero (2001) ha scritto che l’esistenza è sempre “un’esposizione di fronte a qualcuno”, fin da quando si vede la luce per la prima volta. Per esistere occorre essere visti, ascoltati. E’ questione di relazioni: nessuno può essere propriamente un attore senza un pubblico; non basta neppure un palcoscenico, un’occasione creata appositamente, come i vari talent sembrano suggerire. Hanno qualcosa di artificiale le occasioni una tantum in cui i ragazzi sono invitati a sedere in consiglio comunale, in cui animano un evento in parrocchia, proprio come i talent. Non è questo che svolta.
Fin dall’adolescenza, ogni persona ha bisogno di avere qualcuno che sia disposto a dar credito a quello che potrebbe dire e fare per la sua vita e per il mondo. Fuori dalla famiglia, oltre la scuola, quel qualcuno è la comunità del territorio in cui i giovani abitano, a partire dai suoi rappresentanti formali e dai leader riconosciuti. Certamente oggi si vive anche dentro la comunità senza confini del web, ma l’identità che vi si gioca è disincarnata, così come sembrano effimeri e manipolabili i riconoscimenti che vi si generano. Assenza dalle piazze ma grande presenza nei social: sembra questa la formula adottata nel terzo millennio per anestetizzare (scientemente?) gli aneliti della primavera della vita.
Si noti che l’esistenza virtualizzata sul web soffoca anche la percezione di essere cittadini all’interno di un contesto sociale e storico ben preciso. L’allargamento dei confini entro cui è possibile giocare (Barrico, 2018) il proprio quotidiano in modo iperconnesso finisce per generare un senso di spaesamento che contribuisce all’assenza fisica nei luoghi della comunità reale. Aver voce, prendere la parola, aver qualcosa da dire, anche di scomodo rispetto al modello di società che ci inviluppa, apprendere la cittadinanza attiva sono compiti educativi da riconoscere in tutta la loro portata psicologica e sociale. E’ in gioco la maturazione di un’identità personale che non può avvenire secondo un processo solipsistico perché richiede il riconoscimento da parte degli altri. Accanto a questo, ma non meno importante, c’è il bisogno di trovare conferme al proprio valere/valore di fronte agli altri, per alimentare sicurezza di sé ed autostima personale.
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[i] Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/09/14/giovani-e-lavoro-confindustria-la-fuga-dei-cervelli-ci-costa-14-miliardi-lanno-doppio-spreco-per-il-paese/3856185/
[ii] https://www.linkiesta.it/it/article/2019/01/31/fuga-dei-cervelli-non-espatriano-solo-laureati-invisibili-licenza-medi/40912/
copyright © Educare.it - Anno XVIII, N. 12, dicembre 2018

