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L’approccio psicoeducativo integrato per l’avviamento al linguaggio: uno studio di caso

linguaggioL’articolo presenta un lavoro interdisciplinare di ricerca-azione in educazione speciale a favore di un bambino colpito da una patologia all’orecchio che ha causato sordità temporanea nella fase di sviluppo del linguaggio. Lo studio indaga anche la correlazione di tale patologia con altri problemi di funzionamento che sono emersi durante gli interventi.

Comunicare attraverso il linguaggio

Il linguaggio ha caratteristiche peculiari che lo distinguono da altre forme di comunicazione: innanzitutto è creativo e, come la visione, non è semplicemente un insieme di sensazioni, ma il prodotto di un processo di trasformazione degli stimoli fisici da parte del cervello. Si impara a parlare non ripetendo semplicemente frasi memorizzate, ma capendo le regole necessarie per creare espressioni che abbiano un significato: in tal modo, anche l’ascolto è creativo, Inoltre, il linguaggio ha una forma, cioè è composto da un numero limitato di suoni che si succedono in un ordine prevedibile, che ne segnala il contenuto. Tutte le lingue del mondo impiegano un numero di suoni che è molto limitato rispetto alla gamma che l’essere umano può emettere. I “fonemi” sono le più piccole differenze di suono che siamo in grado di distinguere. Infine, il linguaggio ha un contenuto, a sua volta distinto in morfologia (come combinazione dei diversi fonemi a formare le parole) e in grammatica quale combinazione di diverse parole per formare le frasi.

A differenza dei sistemi di comunicazione per segni, nei quali il significato è connesso a situazioni strettamente specifiche, il linguaggio rappresenta un mezzo per raffigurare e comunicare idee astratte il cui significato può essere del tutto indipendente dalle situazioni contingenti. Inoltre, possiede un contenuto emotivo, che è rinforzato da mezzi estranei all’espressione linguistica, come i gesti, il tono della voce, la mimica facciale e l’atteggiamento. Tali elementi fanno del linguaggio un mezzo di comunicazione sociale, usato non solo per scambiare notizie e osservazioni sul mondo esterno, ma anche per uno scopo preciso. Attraverso il linguaggio possiamo organizzare le nostre esperienze sensoriali ed esprimere i nostri pensieri, i nostri sentimenti e le nostre aspettative (Kandel, 2001).

Lo sviluppo del linguaggio

Il riconoscimento del linguaggio richiede elevate prestazioni al sistema uditivo, poiché i suoni sono prodotti da vibrazioni di alta frequenza delle corde vocali, che evocano effetti risonanti nel tratto vocale, soprattutto per opera della bocca e della lingua. Tali vibrazioni sarebbero quasi impossibili da riconoscere, in quanto hanno frequenze (c.ca 10 Hz) inferiori allo spettro dell’udibile. Tuttavia, se tali suoni vengono modulati, l’orecchio può effettivamente decodificarli: la sintonia selettiva dei recettori e delle fibre del nervo acustico permette al sistema di funzionare come un analizzatore di frequenze, in modo tale che gli elementi formativi del linguaggio (i picchi delle frequenze che caratterizzano i suoni prodotti dalle diverse vocali) siano rappresentati, nelle singole fibre nervose, sotto forma di scariche di potenziali d’azione aventi proprietà caratteristiche (Kelly, 2001).

Alcuni processi patologici interferiscono maggiormente con l’una o l’altra di queste caratteristiche: ad esempio, la forma del linguaggio può venir alterata da disturbi o lesioni di strutture centrali o corticali; il contenuto, da afasie o da sordità trasmissive o neurosensoriali; l’uso, da alcune patologie psichiatriche, etc.

Nell’apprendimento del linguaggio vi sono stadi regolari e universalmente diffusi: i bambini passano dal balbettio, al discorso fatto di parole singole (olofrase), a quello fatto di due parole unite sintatticamente (difrase) e, infine, al discorso complesso. Alcuni bambini passano attraverso questi stadi più rapidamente di altri, ma l’età media di ciascuno di questo stadi è la stessa in ogni tipo di cultura.

Queste diverse osservazioni fanno pensare che esista un periodo critico, nel corso dello sviluppo, durante il quale il linguaggio è appreso senza sforzo, sia esso verbale o a segni; con ogni probabilità ad una fase di maturazione del cervello, anche se non vi sono ancora ricerche definitive e onnicomprensive che correlino l’apprendimento del linguaggio con la maturazione di aree cerebrali specifiche e, neppure, quanto differenti stili, usi e caratteristiche del linguaggio appreso (nei quali il bambino è “immerso”) contribuiscono a sviluppare maggiormente alcune funzioni e aree del cervello (Kuhl, 2007). Durante il “periodo critico”, il bambino apprende le regole del linguaggio semplicemente ascoltando i discorsi di coloro che lo circondano: queste regole, che costituiscono la grammatica del linguaggio, sono già interamente acquisite dal bambino quando questi comincia a formare delle frasi.

Linguisti e psicologi ritengono che i meccanismi relativi agli aspetti universali del linguaggio siano determinati dalla struttura del cervello umano. Secondo questa ipotesi il cervello dell’uomo è già predisposto ad apprendere ed usare il linguaggio dal suo programma di sviluppo. Il tipo di linguaggio che viene parlato, i dialetti e le inflessioni dipendono invece dell’ambiente sociale. Il problema che viene ora discusso dai linguisti è se gli universali linguistici derivino da strutture nervose specificamente in relazione con l’apprendimento del linguaggio stesso o da universali cognitivi di carattere più generale (Mayeux, 2001); in entrambe le ipotesi, manca ancora una “legge di copertura” che giustifichi non tanto (e non solo) il tipo di linguaggio appreso (come nell’esempio del bi- e multilinguismo), quanto nelle caratteristiche individuali del linguaggio (iconico, musicale, filosofico, matematico, etc…), che successivamente si dimostra determinante nel definire il percorso di vita del singolo soggetto.

Decenni di studi e migliaia di intellettuali evidenziano quanto lo studio dello sviluppo dell’abilità di comunicare sia estremamente complessa. Questo articolo indaga l’interferenza di un evento patologico in una delle fasi cruciali dello sviluppo del linguaggio di un bambino.

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Autori: Fabio Corsi, Ph.D. in pedagogia speciale, docente a contratto di pedagogia generale e speciale presso diverse Università e nel corso di Musicoterapia di Ce.S.For. (Bolzano).  È pedagogista presso il servizio per l’età evolutiva di “Opificio dei Sensi” di Verona, dove si occupa di DSA e disagio minorile, e direttore pedagogico di “Casa del Sole” di Mantova. Carlotta Pighi, laureata in Psicologia dell'intervento clinico e sociale, è educatrice presso il servizio dell'età evolutiva della Cooperativa "Opificio dei Sensi" di Verona e presso “Ants” onlus, dove si occupa di interventi educativi e riabilitativi per minori con DSA e sindrome dello spettro autistico. Stefania Pescantini svolge la sua attività di logopedista a Verona e provincia presso il servizio per l'età evolutiva di "Opificio dei Sensi", il centro di neuroriabilitazione Motus Mens e lo studio dentistico Merlini dove si occupa di valutazione e riabilitazione di patologie inerenti linguaggio, comunicazione, apprendimenti, voce e deglutizione.


copyright © Educare.it - Anno XXII, N. 8, Ottobre 2022
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