- Categoria: Esperienze e progetti con la disabilità
L'inizio di una relazione
L'esperienza si è svolta in un Istituto di Riabilitazione Neuropsichica degli Adolescenti (IRCCS).
Il ragazzo in oggetto vive da due mesi in uno degli appartamenti di tale Istituto, denominato "appartamento - gruppo azzurro", all'interno del quale vi sono altri quattro coetanei con cui egli condivide le giornate, in un regime di internato di 24 ore.
L'esperienza ha, come protagonista, un ragazzino di quattordici anni, Matteo, la cui diagnosi parla di sindrome di Gilles de la Tourette, con un ritardo mentale ascrivibile al grado medio-lieve.
Matteo non è il suo vero nome, ma è giusto evitare di pubblicizzare l'identità del nostro ragazzo che occupa un posto importante nel mio lavoro.
Matteo nell'ultimo anno ha manifestato delle forti crisi psicomotorie con scariche aggressive verso di sé e verso gli altri. Matteo giunge da noi circa due mesi fa, proveniente dalla sua città natale, dove, proprio a causa di questi suoi stati di agitazione, viene ricoverato all'ospedale pediatrico e lì trascorre sei mesi quasi sempre a letto legato.
Matteo è un ragazzino dalla corporatura esile, appare più bambino rispetto all'età anagrafica.
La relazione intercorsa tra lui e l'educatore in questi due mesi è stata complessa perché la problematica di Matteo può essere definita "di tipo relazionale", e pertanto coinvolge insieme a lui, tutti i suoi interlocutori, tra cui il sottoscritto nel ruolo di educatore.
Da una prima osservazione, datata a un mese di distanza dal suo ingresso, emerge che Matteo:
- ha un buon livello di autonomia;
- è efficace nella cura dell'igiene personale, anche se dimostra una scarsa motivazione;
- senza una stimolazione tende a lasciarsi andare;
- si tocca i genitali per poi sentirne l'odore e farlo sentire agli altri;
- ha un rapporto difficile col cibo;
- è dotato di una buona coordinazione dinamica e statica, anche se appare deficitario il tono muscolare a causa della lunga permanenza a letto;
- ha una comprensione differita con un lessico ridotto; adotta frasi brevi e tendenzialmente ossessive e ripetitive;
- non manifesta interessi specifici.
Importante è cercare di capire come Matteo costruisce i legami, quali aspetti recettivi e attivi mette in atto nella comunicazione verbale e non, includendo con ciò, la gestualità, la mimica, il dialogo tonico, la postura e l'andatura. Soprattutto è necessario riflettere su come variano queste componenti in relazione al suo comportamento, intendendo con esso gli scatti d'ira tesi a lasciare un segno nell'altro. Segni evidenti di questa sua situazione problematica sono che egli:
- cerca di graffiare e se non vi riesce sputa o lancia oggetti;
- attua soliloqui che danno la sensazione di assomigliare ad allucinazioni uditive;
- tende a dondolarsi quando è seduto sul divano;
- ha solitamente un tono dell'umore piuttosto contrariato;
- simula stati di malessere per evitare compiti.
Mi sono chiesto il perché di questi suoi scatti di aggressività, quando apparentemente sembrano non avere motivazioni. Credo che le uniche risposte possano venire da quello che Matteo mi ha fatto sentire a livello emotivo, facendomi ripercorrere a ritroso la sequenza della relazione tra me e lui; senza tralasciare alcun frammento di parola, sguardo e movimento.
Ricordo il primo giorno che vidi Matteo, aveva lo sguardo perso nel vuoto, quando mi guardò mi diede subito l'impressione di un ragazzino sofferente che portava con sé le ferite di un lungo viaggio. Sebbene avessi un po' di timore, gli andai incontro con un sorriso, gli chiesi quale fosse il suo nome e lui mi rispose dicendomi: "Matteo, ma tu mi vuoi bene?", gli risposi subito di sì per non deludere le sue aspettative, e aggiunsi: "ma conosciamoci!". Di lì a poco iniziarono i dialoghi, molto simili tra loro, costituiti da domande poste da Matteo come: "mi vuoi bene?, mi fai mangiare il petto di pollo?, quando vado a casa?", e da risposte di assenso da parte mia o di altri colleghi, alle quali seguivano i suoi baci accompagnati da carezze e brevi abbracci. Tutte effusioni che sembravano però, non lasciare traccia di sentimenti veri. Sentivo che Matteo attendeva con ansia fiduciosa una risposta positiva, infatti annuiva con la testa come per volerla suggerire. Questo copione di domande e di risposte, la cui regia era nelle mani di Matteo, doveva risolversi così come voleva lui, altrimenti prorompeva con forti NO con voce trasformata, sgranava gli occhi e cercava in ultimo di graffiare sé stesso o l'educatore con cui aveva aperto il confronto. Questa modalità era identica in ogni momento della giornata. Quasi sempre la stimolazione "non direttiva", in merito alla sveglia, alla cura dell'igiene personale, alla scelta del cibo, portava ad una sua destabilizzazione e talvolta ad un contenimento fisico che si protraeva anche per ore. Matteo in questo modo mi faceva sentire l'amarezza di un fallimento nell'approccio educativo, e soprattutto mi faceva vivere la paura e con essa tutta l'insicurezza per la precarietà del rapporto creatosi.
Dopo averne parlato anche coi colleghi, decisi di pormi nei suoi confronti in una posizione di mera attesa, in cui mi trovavo ad assecondare senza riserve il suo "gioco" fatto di parole come: "mi vuoi bene?", e di movimenti determinati da frasi come: "Vieni qui fatti abbracciare". Col passare dei giorni mi accorsi che Matteo non cercava più di graffiarmi, non credo che si stesse controllando, ma credo piuttosto che egli provasse piacere nel vedermi sottomesso a lui. In effetti, la mia non era altro che un'inerzia educativa poiché svuotata della sua forza stimolante.
Durante questa mia attesa mi fermai ad osservare Matteo con maggior distanza, e a sentire i miei stati d'animo con maggiore consapevolezza.
Un giorno Matteo mi coinvolse direttamente in un "gioco" dove, questa volta, ero presente anch'io: mi fa notare che nel salotto dell'appartamento vi sono incorniciate al muro varie fotografie, tra cui due dove vengo ritratto in momenti diversi, una in cui sorrido e saluto, l'altra in cui ho gli occhi rivolti al cielo e sembro estraniato dal contesto. Matteo, indicandomele, mi fa il verso con la mimica e la postura dicendomi che nella prima sono carino e simpatico e che nella seconda sono brutto e distratto. Poi mi abbraccia e mi bacia. Questa scena me la ripropose svariate volte; ma quel che è significativo per me è che sento i suoi abbracci ed i suoi sguardi diversi da prima, più veri ed autentici. Ciò mi solleva e a poco a poco riesco a convivere con la paura che Matteo mi aveva fatto sentire nei primi giorni; mi riapproprio così di quella vicinanza emotiva che le difese avevano fatto allontanare. Oggi, a maggior conforto posso notare che Matteo a volte riesce a canalizzare la propria aggressività, allontanandosi dal proprio interlocutore, cambiando quindi autonomamente stanza esplicitando le proprie motivazioni.
Matteo mi fa riflettere su quanto lui sia seduttivo e capace di generare atteggiamenti favorevoli nei suoi confronti, per poi, però, deluderti ed ingannarti nei suoi "minimi" momenti di frustrazione.
In lui, infatti, sembra dominare un'ambivalenza fatta di affetto e dolore insieme, come se dentro di sé nascondesse una sofferenza nata da un'esperienza d'amore. A Matteo basta poco, quasi nulla, per convertire il bene in male, il piacere in dolore, l'affetto in aggressività, la carezza in graffio; e lo fa in modo velato, camuffandosi da amico che si avvicina per accarezzarti ma poi dalla sua mano spunta un dito che tradisce graffiandoti, come per lasciarti un segno, una ferita, la stessa che lui tiene dentro.
Certo è che Matteo nel momento in cui trova un "rispecchiamento" in positivo, riesce ad accettare l'altro e quindi attraverso di lui, anche se stesso. Questo suo "specchiarsi" nella persona che gli sorride e lo saluta, cioè nell'altro inteso come essere "aperto" e fiducioso nei suoi confronti - così come dalla fotografia appare - lo fa sentire accettato e perciò amato. Credo che questa sua accettazione, seppur contingente, gli permetta di assumere un atteggiamento più spontaneo e meno "tramato", in modo da comunicare con una maggiore sicurezza.
Di contro, Matteo attua un "rispecchiamento" in negativo, demarcato da quella fotografia in cui l'altro è distratto e non gli pone quindi attenzione, e dove lui si sente "non guardato", dunque "non percepito". Il che è come se andasse ad intaccare un punto privo di forza, di difesa, incapace di contenerlo, da cui Matteo non può far altro che "fuggire", rigettando così tutta la rabbia fuori di sé.
Con Matteo è nata dunque una relazione che, paradossalmente, sembra far leva su forti contrapposizioni emotive fatte di coloriture affettive dai toni contrastanti, eppure capaci di creare le basi per una relazione autentica; quella per cui è bene soffermarsi e riflettere al fine di poterla un giorno realizzare e mantenere viva lungo il cammino arduo e affascinante della vita.
Note:
1. DISTURBO DI TOURETTE (secondo il DSM IV)
Le manifestazioni fondamentali del Disturbo di Tourette sono tic motori multipli e uno o più tic vocali. Essi possono comparire simultaneamente o in diversi periodi nel corso della malattia. I tic si manifestano molte volte al giorno, in modo ricorrente per un periodo di più di 1 anno. Durante questo periodo, non vi è mai un periodo senza tic che duri più di 3 mesi consecutivi. L'anomalia causa notevole malessere o compromissione significativa dell'area sociale, lavorativa, o di altre aree importanti del funzionamento. L'esordio del disturbo avviene prima dei 18 anni di età. I tic non sono dovuti agli effetti fisiologici diretti di una sostanza (per es., stimolanti) o di una condizione medica generale (per es., malattia di Huntington o encefalite postvirale).
La localizzazione anatomica, il numero, la frequenza, la complessità, e la gravità dei tic variano nel tempo. I tic riguardano tipicamente il capo e, frequentemente, altre parti del corpo, come il tronco e gli arti superiori e inferiori. I tic vocali includono varie parole o suoni, come schiocchi, grugniti, guaiti, abbai, tirare su col naso, sbuffi, e colpi di tosse. La coprolalia, un tic vocale complesso che comporta lo sbottare con parole oscene, è presente in pochi soggetti (meno del 10%) affetti dal disturbo.
Possono essere presenti tic motori complessi che comprendono toccare, accovacciarsi, inginocchiarsi profondamente, passi indietro, e piroette durante la marcia. In circa la metà dei soggetti affetti dal disturbo, i primi sintomi che compaiono sono accessi di un singolo tic, più frequentemente ammiccamenti, meno frequentemente tic che riguardano un'altra parte della faccia o del corpo. I sintomi iniziali possono includere anche protrusione della lingua, accovacciamento, tirare su col naso, saltellare su uno o su due piedi, raschiarsi la gola, balbettare, sbottare con suoni o parole e coprolalia. Gli altri casi iniziano con sintomi multipli.
La presente relazione è stata oggetto di una supervisione -di matrice psicoanalitica- ad un corso di aggiornamento per educatori professionali.

