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Una bimba confusa (ed una mamma altrettanto ..)

Sono la mamma di una bimba di sette anni che frequenta con la seconda elementare volentieri e con buonissimi risultati. E' una bambina intelligente, curiosa, attiva, socievole e ben inserita nella sua classe, ma alcuni suoi comportamenti recenti mi fanno supporre che abbia qualche disagio profondo, a capo del quale non riesco a venire...

I comportamenti che mi impensieriscono sono un'affermazione di se' talvolta violenta e una paura, ormai costante da qualche mese, di restare da sola (non sola in casa, ma sola in una stanza mentre io sono un un'altra a poca distanza). Quest'ultima si accentua soprattutto verso sera e si accompagna alla paura del buio. La bimba chiede che le venga accesa la luce da un adulto se deve andare in un'altra stanza, e interrompe dopo poco i suoi giochi per raggiungere me o mio marito, chiedendoci di giocare con lei o 'ciondolando' annoiata intorno a noi se abbiamo qualcosa da fare e non possiamo dedicarle tempo in quel momento. Tuttavia, sembra non avere paura a star sola quando guarda la televisione o quando legge (ama leggere).

E' sempre stata una bambina 'interattiva' ed interessata al contatto con le persone, ha parlato molto presto e, essendo figlia unica, ha avuto, soprattutto negli anni pre-scuola materna, una prevalenza di compagnie di adulti (la tata, che si occupava esclusivamente di lei, i nonni, noi genitori). Ho provato a parlare con lei di questa paura a star sola, ma temo di averlo fatto in modo allarmato. Ho cercato di non sminuire il problema con i soliti "Ma di cosa hai paura, ci siamo solo noi...?"), ma ho provato a farle dire ciò che la turba, dicendole anche che non stando mai sola rischia di perdere un piacere (io ricordo che per me lo era da piccola...). Mi ha spiegato che ha paura di leoni che possano comparire all'improvviso o altri tipi di mostri e che ha paura di ciò che nel buio non può vedere.

Io sono un po' spiazzata, anche perché queste paure immaginavo sorgessero in un'età più precoce e lei, prima d'ora, non le aveva mai manifestate. Credo di capire che questi timori si siano accentuati dopo un periodo che per lei, e per noi genitori, è stato un po' difficile.

La mia bimba suona il violino dall'età di quattro anni (metodo Suzuki) e a novembre ha sostenuto, e passato, un esame (il secondo) la cui preparazione ha richiesto uno sforzo cognitivo ed emotivo prolungato. Sono certa che quella situazione le abbia creato ansia, e di certo ne ha creata a noi genitori (che, molto coinvolti dal metodo stesso, ci identifichiamo troppo con questa sua attività).

Parallelamente si è accentuata l'estrema determinazione del suo carattere, che ha assunto toni di aperta ribellione (con toni di voce alterati e risposte sgarbate) di fronte a richieste del tutto ragionevoli come "Siamo in ritardo per andare a scuola, per favore sbrigati", oppure di fronte a mie richieste relative all'adeguatezza dell'abbigliamento, in genere a qualunque richiesta che implichi una modificazione della sua volontà. Per quanto riguarda i compiti non abbiamo problemi, qualche lentezza o richiesta di aiuto forse eccessiva talvolta, ma non è la regola. Invece, il discorso musica è uno strazio... In questo senso: lei, come tutti, tende a ritrarsi di fronte alla fatica cognitiva e bisogna ogni giorno spingerla ad eseguire esercizi, studi, ecc... In quest'attività è assistita, nel senso che noi (in genere io) andiamo a lezione con lei, l'insegnante spiega il pezzo, le difficoltà tecniche, ecc... e poi insieme a casa lo si studia (mio marito di solito suona un altro strumento e questo metodo di lavoro piace alla bimba). Tutto questo ha aspetti di indubbia fatica per lei e per noi, ed altri gratificanti (la prospettiva di suonare con altri bambini, la consapevolezza di saper fare bene una cosa difficile grazie all'impegno). Ma in questo periodo mi pare che i primi superino i secondi.

Crescendo io mi attendevo di non dover più insistere per lo studio quasi quotidiano richiesto dalla scuola perché ritenevo che l'interesse (non vuole smettere di suonare) per lo strumento l'avrebbe resa più disponibile ad accettare anche la fatica, ma non è così...Ho smesso di arrabbiarmi per ottenere un comportamento disponibile, perché i risultati (che pure c'erano) mi lasciavano con l'amaro in bocca e mi sembrava non servissero a nulla a lei. Una volta, un anno fa, dopo che mi ero arrabbiata dicendole che avrebbe potuto smettere di suonare data la sua scarsa collaborazione, mi ha risposto che non lo faceva perché altrimenti io non le avrei più voluto bene. Mi sono sentita in colpa da morire, perché ovviamente non è vero, ma è vero che io ho attribuito un grande valore all'educazione musicale, anche se comincio a pensare di non aver scelto il metodo migliore...

Grazie per l'attenzione (e complimenti per il sito).

 

Carissima Mara,
devo sinceramente dirle che ho atteso qualche giorno prima di risponderle, sia perché ho avuto un fine settimana un po' impegnativo, sia perché ho voluto ascoltare dentro di me le sue parole.

Ho avuto bisogno di sentirmi nella pelle di sua figlia per cercare di sentire profondamente quello che lei sta vivendo e che la fa soffrire. Ovviamente, come lei può ben facilmente immaginare, questa comprensione è un po' difficile via e-mail, ma...
Ho cercato di raccogliermi nel silenzio interiore perché il problema che lei mi sottopone è già stato da lei accuratamente letto ed analizzato. La sua lettera testimonia una grande attenzione alla crescita della sua bambina e racconta, senza ombra di dubbio, di una madre intelligente e capace.

Ciò che posso dirle, dunque, forse è proprio poco! Spero, comunque, di esserle d'aiuto.
La sensazione più forte che mi è rimasta sulla pelle, dopo aver letto le sue parole, è che nella vita di sua figlia, non so se anche nella sua, vi sia una dimensione legata al dovere molto accentuata. Certamente un dovere ben pensato e meditato, ma tanta fatica per un bambino. E poi tutto così progettato e ordinato...un tempo così riempito... senza caos, senza vuoti...
Un tempo che diventa poi un mondo interiore di prestazioni, di aspettative. Ed allora, il problema non è il metodo di studio sbagliato, ma forse è l'elastico un po' da mollare perché quella vita, quel divenire grandi non sia già tutto così progettato da altri.

Per crescere è necessario cadere, inciampare, sbagliare, confondersi per imparare a scegliere, a fare giusto, a camminare...
Tutte e due le manifestazioni di sua figlia che la preoccupano sono figlie dello stesso bisogno profondo, peraltro assai tipico in una bambina di sette anni: riconoscersi distinguendosi dagli altri (gli adulti che la crescono), sentire la propria forza opponendosi, vedere il proprio profilo come persona.

Ma come tutte le fasi della crescita della vita, anche questa è animata da una ambivalenza e da una paura di fondo. Tanto è vero che in compagnia della tivù o di un libro non sente la paura. Quello che può fare è, secondo me, cercare un dialogo emotivo e non solo razionale.
Ad esempio, anziché proporle una lettura razionale del problema "ma di che cosa hai paura", può iniziare a proporle una lettura emotiva, coccolandola, scherzando sui suoi comportamenti, giocando con lei a ridere di tutte queste cose, magari facendo i leoni paurosi e poi a farsi il solletico a crepapelle sul lettone...

Le offra la possibilità di comprendere profondamente che voi la amate perdutamente per ciò che lei è e non per ciò che lei fa, e che voi la amerete sempre allo stesso modo anche quando sbaglierà.
Se vi capita, andate con lei al cinema a vedere la storia di Billy Elliot, il ballerino figlio di un minatore. E' un film splendido che ha tanto da insegnarci.

Sono sempre qui per lei, con lei signora Mara per cacciarle lontano quei sensi di colpa che non servono a niente e a nessuno.

 


copyright © Educare.it - Anno I, Numero 4, Marzo 2001