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  • Categoria: Adolescenza

Sofferenza e adolescenza

adolescenteSono la mamma di un ragazzo di 16 anni, ormai in 3° liceo. A parte i problemi di leggera discalculia tenuti nascosti a tutti i compagni di classe, ci troviamo a dover affrontare giornalmente problemi con alcuni compagni di classe che le confesserò a costo di apparire quella che non sono trovo molto infantili e privi di ogni concetto di educazione e rispetto verso il prossimo.

Praticamente quello che alle scuole medie gli era "amico" alle superiori gli ha posto un nomignolo che è la croce di mio figlio, perché ormai tutti i compagni di classe lo usano anche senza cattiveria per chiamare e indicare mio figlio.
Tra l'altro in questa classe c'era l'abitudine di rubare libri e non restituirli più.
Mio figlio è stato oggetto di questi comportamenti più di una volta da parte di questo "amico". Quest'anno abbiamo scoperto che in classe c'era un altro "ladro", che da quest'anno non è più in classe con lui. Lo ha scoperto mio figlio perché alcuni compagni di classe hanno visto uno dei suoi libri portato tranquillamente a scuola un giorno (generalmente li usava a casa) e mostrato con vanto e come risultato della sua brillante astuzia. Era un libro dell'anno scorso che io ho dovuto purtroppo ricomprare. Il problema adesso non sta nel recuperare il libro che quest'anno non serve, ma è un problema di immagine per mio figlio deriso da mezza classe perché si è fatto rubare il libro e non reagisce.
In realtà il ragazzo ha reagito, minacciando addirittura il "ladro" che continua a vantarsi davanti agli ex compagni di aver addirittura bruciato il libro. Io l'anno scorso avevo parlato con i prof. facendo riferimento a questo problema dei libri senza nessun risultato. Quest'anno mio figlio non vuole che io mi metta in mezzo, e io credo abbia ragione.
Se mi mettessi in mezzo io, i compagni lo riterrebbero un bamboccione che non se la sa cavare senza l'aiuto di mammà. Ma io lo vedo molto soffrire perché continuamente stuzzicato dai compagni perché non fa nulla e perché non fa nulla.
Mi sono trovata a consigliare (esasperata) di render pan per focaccia. Di rubare un libro al Lupen in questione, ma l'impresa è pressoché impossibile a quanto pare visto che Lupen ormai è nell'altra classe.
Insomma mio figlio deve salvare la faccia, perché - mi creda - se non dimostra di essere un figlio di buona donna come loro non avrà vita facile là dentro.
Di parlare con i professori lui stesso non se ne parla, farebbe la figura del lecchino o del bambino che ha bisogno degli adulti.
Come può acquistare credibilità nei confronti dei compagni di classe? Come può un ragazzo educato e rispettoso riuscire a rimanere a galla in una scuola oggi dove né i professori insegnano il rispetto reciproco né lo fanno i genitori pronti a difendere sempre e in ogni caso i loro pargoli anche quando hanno sfacciatamente torto?
Io voglio che mio figlio impari a difendersi da solo e in questo caso è necessario che lo faccia da solo perché è stato già bersagliato a causa della mamma protettiva, ma non posso violentare quella che è la sua natura pacifica e non aggressiva. Riconosco però che è necessario da parte sua dimostrare che può farcela da solo, lo deve dimostrare al branco altrimenti sarà duro sopravvivere in questa classe per altri due anni. La prego mi aiuti a essere di sostegno a mio figlio perché sono stanca di vederlo soffrire per un nomignolo che lui non accetta o perché come dice lui non va sereno a scuola, una scuola che non vuole cambiare nonostante lo faccia sentire un debole.




Gentile signora,
quello che si evince dalla lettera è la profonda disperazione sua e di suo figlio per quello che sta accadendo a scuola e per questo motivo sono molto vicino ad entrambi.
Che l'adolescenza non sia uno dei periodi migliori nell'ambito del ciclo di vita di ogni individuo è cosa risaputa. Ed è proprio in questo periodo che i nostri ragazzi imparano a confrontarsi pienamente e a loro spese con i gruppi dei coetanei. In tali gruppi regna una sorta di conformismo: chi non si attiene a questa uniformità viene deriso, "criminalizzato" ed emarginato. È quello che sta avvenendo a suo figlio, che per temperamento ed educazione, è completamente diverso da alcuni soggetti leader presenti nella sua classe.
L'adolescenza, poi, è un momento in cui c'è una grande oscillazione fra due ruoli (l'essere ancora bambino e il voler diventare adulto) e in questo peregrinare i ragazzi sperimentano una forma di disagio interiore, ovvero vogliono l'aiuto dei genitori in quanto ancora piccoli, ma contemporaneamente lo rifiutano perché si sentono già grandi, in grado di provvedere a se stessi.
Da quanto dice a proposito della discalculia, essa è stata tenuta nascosta quasi fosse una macchia da dover comunque celare. Questo rivela una scarsa accettazione di sé, ovvero dei propri limiti e delle proprie potenzialità.

In ogni contesto che frequentiamo, a qualsiasi età e in qualsiasi latitudine geografica viviamo, ci sarà sempre qualcuno che ci apostroferà con qualche nomignolo, metterà in giro delle false dicerie sulla nostra credibilità, sul nostro valore come persone e così via, in pratica "nessuno è profeta in patria". Tutto questo si può superare credendo in se stessi e prendendo quel microscopico pizzico di verità che c'è in ogni maldicenza come un'occasione per riflettere sulla propria persona e per crescere. Concentrarsi su quello che non va piuttosto che su quello che va e che comunque funziona nella nostra vita, è un modo per alimentare l'infelicità.

Lei è la madre di un ragazzo splendido, sensibile, educato: se ne convinca fino in fondo. Aiuti suo figlio ad avere questa idea di sé, cioè a capire quello che di positivo c'è dentro la sua persona. Questa forma di auto-considerazione è il migliore antidoto per superare ogni condizione di vita e un modo per porre le basi per uno stato di benessere saldo e duraturo.


copyright © Educare.it - Anno XIII, N. 12, dicembre 2013