- Categoria: L'AltraNotizia
- Scritto da Stephan Faris
Senza frontiere
In un mondo delimitato dalle frontiere, dove le persone sono divise in base al colore del passaporto, sembra quasi naturale che una bambina nata in Liberia sia costretta ad affrontare più difficoltà, ad avere meno opportunità e a rischiare di morire prima di una bambina nata negli Stati Uniti o in Europa.
La cittadinanza, però, è un tratto distintivo puramente artificiale. La contingenza della nascita, un cavillo della legge o il capriccio di un burocrate possono fare la differenza tra una vita agiata e una vita di stenti.
Siamo talmente abituati a questa roulette geografica da non accorgerci di quanto sia moralmente indifendibile la separazione degli abitanti della terra tra ricchi e poveri, fortunati e svantaggiati, vittime e sopravvissuti, il tutto secondo un criterio largamente arbitrario e totalmente fuori dal controllo degli individui.
Oggi ci sarebbero le basi economiche per riconsiderare interamente le nostre politiche sull’immigrazione, ed esistono argomenti validi sia a favore che contro la fattibilità di questo cambiamento.
Ma come per la schiavitù e per l’apartheid, il nocciolo della questione è di natura morale. Considerato che la cittadinanza non è diversa dall’appartenenza a un club privato con misteriosi criteri di ammissione, dobbiamo chiederci se sia ancora possibile permettere che il colore del passaporto determini il destino di milioni di bambini.
La più importante sfida morale del nostro tempo è fare in modo che il posto dove nasciamo non determini il nostro destino.
Fonte: Internazionale n. 1107, 19/06/2015
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