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  • Categoria: Monografie

Il legame primario: un'esperienza di vita tutt'altro che perduta

La madre è una figura fondamentale nella vita di un figlio e tutti noi sappiamo che, senza una figura di attaccamento, come può essere la madre, un neonato, per quanto munito di buone risorse, stenta a crescere.

Sappiamo anche che la madre è quasi sempre il polo affettivo e il punto di riferimento più importante durante il periodo dell’infanzia e tale resta, a volte, anche in età adulta. Ma non dobbiamo pensare che i bambini soffrano di “mammite” poiché è sbagliato pensare che il bambino sviluppi un attaccamento selettivo solo verso la madre. La maggior parte dei bambini ha una molteplicità di attaccamenti selettivi, forse tre o quattro; tra questi in genere vi sono il padre, i fratelli e altri membri della famiglia, come i nonni ma anche con tutte le persone con cui i bambini interagiscono regolarmente nel tempo. Ognuno di questi attaccamenti sembra adempiere a funzioni simili di conforto e sicurezza. Tuttavia, di solito la gerarchia fra le diverse persone è ben marcata e la madre, nella nostra società, detiene il primo posto e i più forti attaccamenti dei bambini si stabiliscono soprattutto con lei. Comunque la cosa importante è che i bambini abbiano un rapporto di attaccamento sicuro con qualcuno, ma quale sia nei fatti la figura di attaccamento è molto meno importante.

E’ grazie agli studi sull’attaccamento nel mondo animale, alle osservazioni cliniche e agli studi di psicologi e psicoanalisti su persone che abbiano sofferto di carenze affettive nella prima infanzia, che oggi disponiamo di un corpus sistematico di conoscenze.
In questo elaborato, oltre che raccogliere i contenuti teorici più importanti sulla teoria dell’attaccamento andrò ad individuare quali e quante importanti funzioni svolga il rapporto fondamentale tra madre e figlio nelle prime fasi della vita, e quali rischi, talvolta anche per la propria salute mentale, corrano i bambini quando il “legame primario” è, per motivi diversi, carente, difettoso o assente.



1. La teoria dell’attaccamento di Bowlby

E’ stato John Bowlby (1969), psichiatra inglese, basandosi su osservazioni di carattere etologico, a richiamare l’attenzione sulla funzione particolare del legame affettivo madre-bambino ai fini dello sviluppo della competenza sociale e dell’autonomia e sul ruolo della madre nell’organizzazione emozionale del piccolo.
Bowlby elaborò il concetto di comportamento di attaccamento, che “è quella forma di comportamento che si manifesta in una persona che consegue o mantiene una prossimità nei confronti di un’altra persona, chiaramente identificata, ritenuta in grado di affrontare il mondo in modo adeguato” (Bowlby, 1988).
Il comportamento di attaccamento è evidente soprattutto nella prima infanzia, anche se può essere osservato lungo tutto l’arco della vita.
Dato che, pur con modalità diverse, si manifesta in tutti gli esseri umani, può essere considerato parte integrante della natura umana.
Bowlby (1988) distinse chiaramente tra attaccamento e comportamento di attaccamento: “dire di un bambino (o di un adulto) che è attaccato a, o ha un attaccamento per, qualcuno significa dire che il bambino è fortemente portato a cercare la prossimità e il contatto con quell’individuo, specialmente in certe situazioni specifiche. La disposizione a comportarsi in quel modo è attributo della persona che si è attaccata, un attributo che persiste cambiando solo lentamente nel corso del tempo e che non è influenzato dalla situazione momentanea. Il comportamento di attaccamento, invece, si riferisce a una delle varie forme di comportamento che la persona mette in atto di tanto in tanto per ottenere e/o mantenere la prossimità che desidera”.

Riesaminando la natura del legame del bambino verso la madre, Bowlby affermò che tale legame è il risultato di un sistema di schemi comportamentali a base innata, il cui significato adattativo va rintracciato nella protezione dai predatori e dai pericoli offerta al piccolo, nel nostro ambiente di adattamento evoluzionistico, da chi si prendeva cura di lui, vale a dire dalla madre e che “nell’ambiente normale si sviluppa durante i primi mesi di vita e ha l’effetto di mantenere il bambino in una più o meno stretta prossimità con la figura materna” (1988).
Bowlby riconduce l’attaccamento alla madre ad una motivazione intrinseca, primaria, basata sulla necessità del bambino di stabilire uno stretto contatto fisico con questa figura. Comportamenti come piangere, aggrapparsi, sorridere, detti “comportamenti di attaccamento”, vengono considerati da Bowlby come schemi pre-programmati, che compaiono e si sviluppano in quanto favoriscono prossimità e contatto con la madre e quindi, in termini biologici, aumentano le probabilità del piccolo di sopravvivere e di lasciare a sua volta una discendenza. Quanto più l’ambiente diventa pericoloso, o come tale viene percepito dal bambino, tanto più tendono a manifestarsi i comportamenti di attaccamento e ciò perché questi comportamenti gli assicurano protezione. Analogamente, è pre-programmata la “sensibilità” ai segnali del figlio da parte della madre, la sua capacità di decodificarne il tipo di pianto (di fame, di dolore, di paura), la sua inclinazione a precipitarsi con prontezza quando il piccolo sembra aver bisogno di lei. E’ pre-programmata, infine, la propensione della madre a farsi incantare dal sorriso del figlio, a rimanere accanto a lui, a prenderlo in braccio e a parlargli. Queste predisposizioni sono rimaste nel patrimonio genetico degli individui della nostra specie a seguito della selezione naturale. Per Bowlby, prendere in braccio il proprio piccolo che piange è la risposta più adeguata, da parte della madre, ad un segnale di disagio: non si configura come un rinforzo e non è un comportamento che condiziona il piccolo rendendolo “viziato” come vogliono i comportamentisti e i teorici dell’apprendimento sociale. In pratica, gli schemi emozionali e comportamentali dell’attaccamento, anche se sono frutto della selezione naturale e quindi pre-programmati, possono essere visti come delle risposte che vengono prodotte quando nell’individuo si attiva un vero e proprio sistema di controllo di tipo cibernetico, il “sistema dell’attaccamento”. Questo sistema si basa su processi di elaborazione delle informazioni che provengono dall’ambiente esterno ed è organizzato secondo un processo omeostatico. La prossimità alla madre e la perlustrazione dell’ambiente sono i due poli di questo processo: quando il piccolo si imbatte in una situazione di pericolo, il sistema si attiva e il bambino mette in atto quei comportamenti che “danno origine” alla vicinanza con la madre. Quando le condizioni ambientali cambiano e il sistema dà il segnale di “fine pericolo”, riprende ad esplorare. Nel frattempo, la sicurezza è stata mantenuta ad un livello ottimale. Alcuni bambini piangono e si attaccano alla madre anche quando, almeno in apparenza, non vi è alcun pericolo nell’ambiente circostante e questo perché il pericolo può essere costituito sia da una fonte reale esterna, sia da una presunta mancanza d’aiuto da parte della madre. E’ sufficiente che il bambino “anticipi” mentalmente che la madre non offrirà, in caso di necessità, l’aiuto richiesto, perché ne ricerchi subito, e in maniera pressante, la prossimità. Di fronte all’indisponibilità della madre, o in sua assenza, il bambino prova quella che viene detta “ansia da separazione” e manifesta tutti quei comportamenti riferiti sopra proprio perché meglio potevano garantire la sua sopravvivenza, vale a dire quelli che esibirebbe davanti ad un pericolo reale.

La risposta di protezione e l’offerta di conforto da parte della figura di attaccamento, permetteranno al piccolo di regolare le sue emozioni e riprendere l’attività di esplorazione. Questi comportamenti appena descritti non mettono però in discussione la “base sicura” costituita dalla madre, base da cui potersi allontanare e da cui potersi rifugiare in caso di pericolo, poiché sono comportamenti adattativi, sono cioè il risultato di propensioni che ai primordi della specie si sono rivelate funzionali alla sopravvivenza e mostrano che il legame di attaccamento madre-bambino ha una sua qualità ottimale.

Lo sviluppo del legame di attaccamento attraversa quattro fasi:

1) In una prima fase, che va dalla nascita a circa la fine del secondo mese di vita, il piccolo manifesta i comportamenti dell’attaccamento (il pianto, il sorriso, l’aggrapparsi) ma si tratta di comportamenti non selettivi (non presuppongono una discriminazione tra persone diverse) e non intenzionali, anche se viene loro attribuito un significato.

2) In un secondo periodo, che va da circa la fine del secondo mese di vita fino ai 6-8 mesi, il piccolo produce un comportamento di attaccamento verso una o più persone discriminate, per lo più verso la madre. In questo periodo ancora non compare la protesta alla separazione e l’ansia è generata principalmente dall’essere lasciato da solo.

3) In una terza fase, che comincia fra i 6-8 mesi e arriva all’inizio del secondo anno di vita, il bambino mantiene un contatto preferenziale con la madre. Compaiono la “protesta alla separazione” e “l’ansia da separazione”. Il bambino si avventura nell’esplorazione dell’ambiente circostante utilizzando la sua figura di attaccamento come “base sicura”; compare la “paura dell’estraneo”. E’ in pratica in questa fase che i comportamenti dell’attaccamento si organizzano intorno ad una particolare figura e si struttura il legame di attaccamento vero e proprio. Tale svolta è da ricondurre sia ai sopraggiunti sviluppi cognitivi che consentono al piccolo di discriminare la madre dalle altre figure, sia all’attivarsi di predisposizioni, come la paura dell’estraneo, di origine filogenetica. Infatti, Bowlby nota che non è un caso se proprio intorno agli 8 mesi si verifichi, come in altre specie animali, quello che viene comunemente chiamato imprinting filiale, ovvero quella maggiore prontezza del piccolo ad apprendere, fissare e conservare in memoria, in maniera più o meno irreversibile, le caratteristiche della figura allevante.

4) La quarta fase dello sviluppo dell’attaccamento inizia dai 18 mesi in poi. Tra il bambino e la madre inizia un “rapporto corretto secondo lo scopo”, cioè una relazione reciproca che ha come scopo comune darsi conforto e mantenere la vicinanza. In questa fase il piccolo, a seguito delle sue esperienze, si forma dei modelli operativi interni dell’attaccamento, delle rappresentazioni mentali, che Bowlby chiama “Internal Working Model”, di se stesso e dell’altro (della figura di attaccamento) che riflettono la storia della sua relazione con la figura materna. Come dei veri e propri “copioni” (o script), questi schemi mentali organizzano le azioni del bambino sia nei riguardi del genitore, sia nei riguardi delle situazioni nuove. Bowlby li definisce Internal Working Model, per sottolinearne il carattere dinamico e aperto al cambiamento a seguito delle continue nuove esperienze che nel corso della vita vengono fatte con la stessa figura di attaccamento, con le altre figure significative, con il mondo esterno. Saranno queste rappresentazioni interne a guidare successivamente l’individuo nell’interpretazione delle informazioni che provengono dal mondo esterno e ad avere un grande peso per ciò che riguarda il suo sviluppo in molti altri ambiti. Inoltre, esse influenzeranno la costruzione stessa delle nuove esperienze, poiché spingeranno l’individuo a ricercare attivamente, sia pure a livello inconsapevole, persone, situazioni e relazioni che corrispondano alle sue aspettative affettive.
Detto tutto ciò, secondo Bowlby quindi, il comportamento genitoriale e il comportamento di attaccamento hanno forti radici biologiche, ma le caratteristiche con cui tali comportamenti si manifestano dipendono dall’esperienze reali degli individui e ritiene che siano i comportamenti prodotti dai genitori ad avere un impatto sui figli, sia a breve che a lungo termine, per ciò che concerne il loro adattamento.

Le ricerche condotte all’interno della teoria dell’attaccamento hanno fin dall’inizio cercato di individuare l’apporto dato dalla figura di attaccamento principale allo strutturarsi del legame affettivo.


 

2. Le tipologie dell'attaccamento

Mary Ainsworth (1977) ha studiato, sulla linea della teoria di Bowlby, l’ansia di separazione, utilizzando una particolare tecnica da lei sviluppata, detta “Strange Situation”: la madre accompagna il bambino in un ambiente non familiare, nel quale vi sono dei giocattoli; ad un certo punto entra un adulto estraneo, che cerca di giocare col bambino e la madre esce dalla stanza. Dopo, la madre ritorna e gioca col bambino, mentre l’adulto estraneo esce a sua volta. La madre esce di nuovo lasciando il bambino da solo per tre minuti prima di ritornare definitivamente. Le risposte osservate nei bambini in questa situazione hanno consentito alla Ainsworth di classificare i bambini in tre gruppi principali, utilizzando due criteri discriminanti:

(a) quanto o quanto poco essi esplorassero in presenza della madre o in sua assenza, e

(b) come trattassero la madre quando era presente, quando si allontanava e, soprattutto, quando ritornava dopo essere stata assente.

Il primo gruppo è quello dei bambini che mostrano un attaccamento sicuro. Questi sono quelli che piangono o gridano quando la madre si allontana e mostrano contentezza quando ritorna e gioca con loro. E’ evidente, nel loro comportamento, che preferiscono la madre all’estraneo. Il bambino che rientra in questo gruppo, ha fiducia nella disponibilità, nella comprensione e nell’aiuto che la madre gli darà in caso di situazioni avverse o terrorizzanti. Grazie a questa sicurezza, si sente ardito nell’esplorare l’ambiente esterno. Utilizza la madre come una “base sicura”, tenendo conto dei suoi spostamenti e tornando a lei di tanto in tanto. Questo comportamento viene promosso quando la madre è facilmente disponibile, sensibile ai segnali del bambino, e pronta a rispondere con amore alle richieste di protezione e/o conforto del bambino. Quando la madre si assenta per un breve periodo, al suo ritorno viene accolta con calore.

Il secondo gruppo è quello dei bambini che mostrano un attaccamento definito dalla Ainsworth insicuro di tipo ansioso-ambivalente. Questi bambini protestano quiando vengono lasciati, ma oppongono resistenza al contatto con la madre, si mostrano arrabbiati e non si lasciano consolare. Questi bambini esplorano poco e presentano, invece, comportamenti stereotipati come il succhiarsi il pollice o dondolarsi. Il bambino non ha la certezza che la madre sia disponibile o pronta a rispondere e a fornire aiuto. A causa di questa incertezza, il bambino è sempre incline all’angoscia di separazione, tende a piagnucolare e ad aggrapparsi, e l’esplorazione del mondo esterno gli crea ansietà. Questo schema comportamentale viene favorito da una figura materna che solo in alcune occasioni è disponibile ed aiuta, e viene facilitato anche dalle separazioni e dalle minacce di abbandono usate come mezzo di controllo.

Nel terzo gruppo, lo schema di attaccamento è definito insicuro di tipo ansioso-evitante. Durante l’assenza della madre, i bambini concentrano la loro attenzione sui giocattoli e non danno segno di pianto. Questi non sembrano neppure fare differenza tra la madre e l’estraneo. Evitano attivamente la madre e la ignorano quando ritorna dopo un periodo di separazione. In casa, la maggior parte di questi bambini mostra rabbia marcata nei confronti della madre e ansia quando non sa dove si trova. Il bambino non si sente sicuro che quando ricercherà le cure, riceverà aiuto, ma al contrario si aspetta di essere rifiutato. Le madri di questi bambini respingono costantemente il figlio quando si avvicina loro per cercare conforto e protezione.
Molti dei bambini osservati nelle Situazioni Insolite non rientravano in nessuna delle tre categorie della Ainsworth.

L’esame di oltre 200 videoregistrazioni di Situazioni Insolite ritenute non classificabili, condotto da Mary Main (1977), una collega della Ainsworth, permise di notare che la grande maggioranza di questi bambini esibiva un dispiegamento vario di comportamenti anomali o conflittuali in presenza della madre. Questi bambini non solo non salutavano la loro madre dopo che lei li aveva lasciati con un estraneo per alcuni minuti, ma la evitavano deliberatamente. In tutti i casi, le madri apparivano arrabbiate, inespressive e non amanti del contatto fisico con il bambino. Per Bowlby (1988) l’ipotesi più plausibile “è che nel tenersi a distanza da questo tipo di madri il bambino stia in realtà evitando di venire trattato di nuovo in modo ostile”.

La Main propose, quindi, di aggiungere un’altra tipologia dell’attaccamento ai tre già proposti dalla Ainsworth e lo definì insicuro-disorganizzato.
Questi risultati mostrano che la storia affettiva del piccolo con la sua figura di attaccamento influenza la sua capacità di regolare le emozioni e di conseguenza la sua possibilità di mettere in atto comportamenti organizzati e congruenti con la sua situazione. In particolare un attaccamento insicuro, ovvero l’insicurezza di poter ricevere aiuto in caso di necessità riduce l’esplorazione, rendendo difficile il percorso verso l’autonomia, tant’è che la Ainsworth definisce le configurazioni “ansioso-evitante” e “ansioso-ambivalente” come distorsioni del funzionamento ottimale del sistema dell’attaccamento. Se però consideriamo il “perché biologico” dei comportamenti, cioè il loro significato ai fini della sopravvivenza, possiamo affermare che il comportamento ansioso del bambino, sia esso evitante o ambivalente, rappresenta, in realtà, l’adattamento ottimale a quello specifico stile materno. I sistemi biologici, infatti, sono predisposti, da un punto di vista evoluzionistico, ad adattarsi ad un ampio spettro di circostanze ambientali che possano presentarsi durante lo sviluppo individuale (Lorenz,1965).
Attraverso il comportamento di evitamento, un bambino che ha una madre che rifiuta il contatto fisico adotta una strategia che gli garantisce, in una situazione di eventuale bisogno di protezione, una distanza in qualche modo ottimale. E’ una strategia che lo mette al riparo dal rischio di un rifiuto aperto. Analogamente, i comportamenti che caratterizzano l’ambivalenza sono interpretabili, da un punto di vista evoluzionistico, in termini di strategie ottimali per mantenere su di sé l’attenzione di una madre altrimenti imprevedibile.



3. La costruzione e lo sviluppo della relazione madre-bambino

 La qualità della relazione di attaccamento non è da ricondurre esclusivamente alle risposte della madre ai bisogni del piccolo ma dipende da entrambi. Già al concepimento, infatti, inizia un processo d’interazione tra il genoma appena formato e l’ambiente intrauterino. Alla nascita l’interazione avverrà tra la costituzione fisiologica del neonato, incluse le sue strutture mentali, e l’assetto psicologico della madre. A volte il rapporto non prende un buon avvio fin dall’inizio. Per motivi diversi può accadere, secondo un’efficace definizione di Renè Spitz, un “deragliamento del dialogo”. Può trattarsi di una madre che non è pronta alla maternità, che ha problemi con il partner, che è stata colpita da un lutto, che vive la nascita del figlio in solitudine, senza appoggio e solidarietà, che soffre di crisi depressive.
Ma la causa scatenante può essere ravvisabile anche nel figlio, che non riesce a gratificare abbastanza la madre o perché è anormale (con un difetto neurologico o altro), immaturo (prematuro) o difficile (un bambino che ha delle crisi, lagnoso, ipereccitabile). Questi neonati possono suscitare una tale frustrazione che una madre già insicura, stanca o stressata sarà pervasa da risentimenti che la portano a trascurare, maltrattare, disinteressarsi del bambino; o anche a sentirsi squalificata e delusa fino a piombare nella depressione. E’ bene non dimenticare che i neonati sono in realtà molto diversi tra loro per temperamento, velocità di reazione, soglie sensoriali, ritmo sonno-veglia, umore, attivismo. Molti problemi psicologici dei bambini non sono dovuti soltanto ai genitori, ma a una disarmonia tra le caratteristiche dei bambini e le attese dei genitori.

Detto tutto ciò è evidente che molti fattori incidono nello strutturarsi della relazione d’attaccamento ma dobbiamo tenere presente che la sicurezza dell’attaccamento deriva fondamentalmente dalla quantità di buona assistenza fornita (Thompson, 1990) dalle madri ai loro piccoli. E’ insomma la maggiore o minore capacità della madre di sintonizzarsi sulle richieste del piccolo e di emettere risposte contingenti con i suoi segnali a pesare sulla forma in cui si strutturala relazione affettiva. Ma con ciò non possiamo dire che ci sono madri “cattive” e madri “buone” e che se un bambino è insicuro è tutta colpa della madre. In realtà, le strategie comportamentali delle madri non sono intenzionalmente né buone né cattive. Lo stile di allevamento e le cure materne derivano da un insieme di fattori che includono non solo le condizioni economiche della madre, ma anche il suo assetto biologico, la storia delle relazioni interpersonali che ha vissuto nella sua famiglia d’origine, il peso dei valori e delle pratiche della cultura cui appartiene. Preponderante, infine, è l’influenza del tipo di attaccamento che la madre stessa ha avuto con uno o con tutti e due i suoi genitori, tanto che si può parlare di trasmissione intergenerazionale dell’attaccamento, una sorta di eredità culturale delle caratteristiche genitoriali.


 

4. La trasmissione intergenerazionale dell'attaccamento

In pratica i genitori realizzano, per lo più, quei modelli di comportamento che hanno sperimentato loro stessi da bambini. Questo non vuol dire che il mestiere di genitore si basi sull’imitazione di quanto si è visto fare quando si era figli. Il meccanismo che permette la trasmissione intergenerazionale dell’attaccamento e che rende ereditaria la sicurezza o l’ansia affettiva è da ricondurre proprio all’effetto filtro costituito dai modelli operativi interni, i quali guidano il comportamento parentale attraverso una vera e propria “identificazione”. Il modello mentale interno che ciascun genitore ha della propria figura di attaccamento regola il modo in cui lei (o lui) si comporta con il proprio figlio.
Mary Main ha messo a punto uno strumento, l’Adult Attachment Interview (AAI), che permette di misurare il modello mentale dell’attaccamento degli adulti attraverso i loro racconti relativi alle prime esperienze con i genitori. Agli intervistati viene chiesto di descrivere e valutare le relazioni di attaccamento che hanno vissuto nell’infanzia, eventuali perdite o separazioni da figure di attaccamento e gli effetti di queste esperienze sullo sviluppo della loro personalità. Questo questionario fornisce a chi parla un’ampia opportunità di confermare o di contraddire il quadro fornito delle esperienze infantili. Per esempio, viene chiesto di descrivere con cinque aggettivi le relazioni vissute nell’infanzia con ciascun genitore e, successivamente, di raccontare ricordi specifici che giustifichino la scelta di ciascun aggettivo.
L’analisi delle trascrizioni di queste interviste ha permesso di identificare tre tipi principali di attaccamento adulto o, meglio, tre tipi di rappresentazioni mentali dei legami di attaccamento e questo perché la classificazione dei soggetti si basa non solo su ciò che viene riportato ma anche sul tipo di valutazione che le persone fanno della loro storia affettiva e sulla coerenza del loro racconto. Le rappresentazioni mentali dell’attaccamento in età adulta, infatti, sembrerebbero il risultato anche del senso che ciascuno riesce a dare a ciò di cui ha fatto esperienza, della sua capacità di capire (o di non capire) cosa ha portato il proprio genitore a comportarsi come si è comportato, capacità che porta poi gli individui ad essere chiari e coerenti nell’esposizione della loro storia affettiva. 

I tre tipi di rappresentazioni mentali dei legami di attaccamento sono: autonomo (free), distanziante (dismissing), preoccupato (entangled). Come per il bambino nel caso della Strange Situation anche per l’adulto è stato descritto un quarto tipo, definito irrisolto-disorganizzato. Ciascuno di questi tipi è correlato, sia teoricamente che empiricamente, ad una corrispondente categoria di attaccamento infantile (tab. 1).
L’identificazione di questi quattro tipi di rappresentazioni è stata ottenuta non tanto attraverso l’analisi dei contenuti delle risposte, quanto piuttosto attraverso l’analisi del linguaggio condotta con gli strumenti offerti dalla filosofia di Grice (1975). Secondo Grice, un discorso, per essere coerente e collaborativo, deve rispettare quattro principi: la qualità, la quantità, la relazione e la correttezza. L’analisi delle risposte al questionario è intesa principalmente in termini di rispetto oppure di violazione di questi principi.
La capacità di un genitore di produrre un discorso coerente e collaborativo, mentre risponde alla richiesta di descrivere e valutare le sue prime esperienze di attaccamento, è altamente predittivo di un legame di attaccamento sicuro. Al contrario, è stato riscontrato che specifiche violazioni dei principi sopra menzionati sono predittive di specifiche categorie di attaccamento infantile insicuro (Main et al., 1985).

ADULT ATTACHMENT INTERVIEW
RISPOSTA ALLA STRANGE SITUATION
Sicuro-autonomo: durante la descrizione e la valutazione delle esperienze di attaccamento viene mantenuto un discorso collaborativo e coerente, sia che queste esperienze siano descritte come positive o negative. Sono adulti in grado di valutare con libertà le esperienze del passato. Ritengono che le relazioni d’attaccamento con i loro genitori siano state importanti.
Sicuro: mostra segnali quando perde la figura di attaccamento durante la prima separazione e piange durante la seconda. Accoglie attivamente il genitore: per esempio, si aggrappa al genitore, cerca di essere preso in braccio. Dopo un breve contatto con il genitore, si calma, ritorna a giocare.
Dismissing: le descrizioni positive dei genitori(“una madre eccellente, molto normale”) non sono confermate o sono contraddette dai ricordi specifici. Chi parla afferma che le esperienze negative non hanno lasciato conseguenze. Le trascrizioni sono brevi, spesso con un’insistenza sull’essenza di ricordi. Adulti che si definiscono forti, autosufficienti e non influenzabili dalle emozioni. Idealizzazione dei genitori o aperta svalutazione.
Ansioso-evitante: non piange durante la separazione, dirige la sua attenzione ai giocattoli o all’ambiente durante tutta la procedura della Strange Situation. Evita attivamente o ignora il genitore dopo la separazione, si allontana, volge la testa da un’altra parte, o si sporge per allontanarsi quando è preso in braccio.
Preoccupato: mostra di essere preoccupato rispetto alle esperienze, sembra arrabbiato, confuso e passivo, o impaurito e sconvolto. Alcune frasi sono grammaticalmente ingarbugliate o piene di espressioni vaghe (“così e così”). Le trascrizioni sono lunghe, alcune risposte irrilevanti. Adulti ancora coinvolti nelle esperienze del passato e che non hanno un’identità personale staccata dalla famiglia d’origine.
Ansioso-ambivalente: preoccupato nei confronti del genitore durante la procedura della Strange Situation, può sembrare attivamente arrabbiato, alterna momenti in cui cerca il genitore ed altri in cui gli resiste, o può essere passivo. Non si calma o non ritorna ad esplorare dopo la separazione.
Irrisolto-disorganizzato: durante il rapporto di perdita o di abuso, mostra lapsus nel controllo del ragionamento o del discorso; per esempio, può parlare di una persona morta come se fosse ancora viva fisicamente, ammutolisce, o usa un linguaggio elogiativo.
Insicuro-disorganizzato: sono bambini che alla riunione con la madre dimostrano disorientamento e confusione che si traducono in marcata inattività o eccessiva ipereccitazione; si rivelano incapaci ad attuare strategie comportamentali coerenti ed efficaci al fine di regolare le proprie emozioni e stabilire una relazione soddisfacente con il caregiver.

Tabella 1. Corrispondenza tra i modelli mentali dell’attaccamento dei genitori misurati con l’Adult Attachment Interview e le tipologie dell’attaccamento infantile misurate con la Strange Situation.



5. I Disturbi dell'Attaccamento

La teoria dell’attaccamento è stata utilizzata non solo per spiegare lo sviluppo della personalità, ma anche le manifestazioni di alcune psicopatologie.

5.1 Il disturbo reattivo dell’attaccamento dell’infanzia e della prima fanciullezza

I disturbi dell’attaccamento fecero la loro prima apparizione nelle nosologie ufficiali nel 1980, nel DSM-III. A quel tempo, il disturbo reattivo dell’attaccamento era considerato un fallimento evolutivo. Tra i requisiti richiesti per la diagnosi, c’era quello che il disturbo si manifestasse prima dei nove mesi d’età. Ora, dal momento che gli attaccamenti selettivi avvengono tra i sei e i nove mesi, ai bambini si richiedeva di sviluppare manifestazioni d’attaccamento disordinato ancora prima di essere in grado di manifestare un legame di attaccamento.

I criteri furono rivisti in maniera sostanziale nella terza edizione riveduta del DSM, che indicò la manifestazione essenziale di questo disturbo “in una marcata alterazione delle relazioni sociali in quasi tutti i contesti”, collocò l’età di esordio prima dei cinque anni e distinse due sottotipi di Disturbo: l’uno caratterizzato dalla “persistente incapacità di iniziare a rispondere alla gran parte delle interazioni sociali”, l’altro dalla “socievolezza indiscriminata”. L’affidabilità della diagnosi risultò migliorata in maniera molto significativa da questi cambiamenti apportati ai criteri.

Per il DSM-IV la caratteristica fondamentale del Disturbo Reattivo dell’Attaccamento (DRA) è “una modalità di relazione sociale, notevolmente disturbata e inadeguata rispetto al livello di sviluppo, che si manifesta in quasi tutti i contesti, che inizia prima dei 5 anni ed è associata ad un accudimento grossolanamente patologico”.

Il DRA presenta due tipi di sintomatologia clinica che erano già stati introdotti per la prima volta dal DSM-III-R e che sono stati conservati anche dal DSM-IV: Il Tipo Inibito e il Tipo Disinibito.
Nel Tipo Inibito, il bambino “è persistentemente incapace di dare inizio alla maggior parte delle interazioni sociali e di rispondere ad esse in maniera adeguata al suo livello di sviluppo” e “mostra modalità di risposta eccessivamente inibite, ipervigili, o altamente ambivalenti (per es., attenzione fredda, resistenza alle tenerezze o un misto di approccio ed evitamento)”.
Nel Tipo Disinibito, vi è una modalità di attaccamento diffuso: il bambino mostra socievolezza indiscriminata o una mancanza di selettività nella scelta delle figure di attaccamento.

5.2 Attaccamento e rischio psicopatologico

In un ambiente dove si instaura un tipo di attaccamento insicuro il bambino svilupperà una personalità molto debole per quanto concerne la sfera emotiva: stati affettivi condivisi vissuti in modo inadeguato, la rigidità e ripetitività delle risposte alle esperienze emotive del contesto interpersonale, l’interiorizzazione di difese per evitare vissuti emotivi non sostenibili. L’attaccamento insicuro di per sé non è sinonimo di patologia ma la scarsa adattabilità alle esperienze emotive dei bambini che hanno un tipo di attaccamento di questo tipo, fa si che essi siano più facilmente esposti al rischio di disfunzioni psicopatologiche.
Tutto ciò conferma che la sicurezza dell’attaccamento svolge anche una “funzione di protezione” nelle situazioni stressanti e negli eventi traumatici: il bambino sicuro sviluppa una soglia difensiva più alta nei confronti di tali situazioni.

Alcuni studi hanno messo in evidenza che i bambini insicuri dimostrano di avere una scarsa resistenza (resilence) di fronte a lutti, abusi o traumi e che esiste la possibilità che essi possono sviluppare un disturbo post-traumatico da stress.
Altri studi hanno dimostrato che un’insicurezza nell’attaccamento predispone a relazioni negative di vario tipo, che vanno dal prevaricare gli altri bambini, nell’essere loro vittima, alla seduzione e allo sfruttamento (Sroufe, Fleeson in Hinde, Stevenson-Hinde, 1988).

E’ stata riscontrata anche una maggiore frequenza, nei bambini insicuri, di disturbi dell’attenzione, della regolazione delle emozioni e del controllo degli impulsi comportamentali (Lyons-Ruth e coll., 1993; Solomon e coll., 1995; Carlson, 1998). E’ stata anche identificata una corrispondenza rilevante tra attaccamento insicuro e il delinearsi di disturbi nell’area dell’alimentazione, del sonno e del linguaggio che permangono anche nel tempo. Questi sono interpretabili come “manifestazioni comportamentali di perturbazioni relazionali” (Sameroff e Emde, 1989) che se estese nel tempo, possono facilitare la strutturazione di disturbi relazionali veri e propri (Ammannati e coll., 1996).

Sono state anche rilevate notevoli difficoltà di interazione sociale e di relazione con il gruppo dei pari, verso i quali i bambini insicuri esibiscono molto spesso atteggiamenti di controllo, di ostilità e di aggressività (Karr-Morse, Wiley, 1997; Lyons-Ruth, Jacobwitz, 1999).
Infine una meta-analisi ha dedotto che l’attaccamento insicuro è collegato ad una più alta incidenza di malattie psichiatriche e in particolare a disturbi d’ansia e dell’umore (Van Ijzendoorn, Bakermans-Kranenburg, 1997).

 

 


Bibliografia:
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Oliverio Ferraris A., “Il rapporto madre-figlio”. In Mente & Cervello, N° 6, anno I, novembre-dicembre 2003.
Rutter M., Rutter M., L’arco della vita. Continuità, discontinuità e crisi nello sviluppo, Firenze, Giunti, 1995.

 


Autore: Denise Bucalossi, psicopedagogista. Laureata in Scienze dell'Educazione con una tesi in Psicologia sociale dal titolo "PER LE VIE DEL MONDO. Migrazione e disagio psichico". Attualmente specializzanda in pedagogia clinica. Lavoro, come psicopedagogista, presso il Centro socio-riabilitativo dell'Azienda USL 11 di Empoli.

 


copyright © Educare.it - Anno V, Numero 7, Giugno 2005