- Categoria: Disegno ed espressioni artistiche
L’uso delle dimensioni e della prospettiva nei disegni dei bambini - Lo sviluppo della prospettiva
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Lo sviluppo della prospettiva
L’evoluzione delle immagini grafiche verso una resa prospettica corretta avviene attraverso una successione di “errori” sempre meno gravi che avviano il fanciullo alla comprensione e alla rappresentazione dei rapporti spaziali. Le fasi di sviluppo della prospettiva possono essere percepite molto chiaramente nei disegni di copia di figure geometriche come, ad esempio, quella del cubo. A quattro, cinque anni i bambini che sono abituati a maneggiare la matita, sanno riprodurre esattamente un quadrato ed a cinque-sei una losanga. Il cubo, che graficamente è la somma d’un quadrato e due losanghe, presenta, invece, delle difficoltà, in quanto la raffigurazione su due dimensioni - quante sono quelle d’un foglio da disegno – d’un oggetto tridimensionale non è intuitiva e richiede l’acquisizione di una tecnica. Come quella di qualsiasi altro oggetto a tre dimensioni l’evoluzione verso la rappresentazione esatta del cubo è lenta. Dall’unico e iniziale quadrato di base, si passa alla giustapposizione di poligoni ortogonali, praticamente tre a forma di L; in seguito compare una prima linea obliqua, il che, se da un lato è un passo avanti, dall’altro complica molto le cose e per un certo periodo di tempo blocca qualsiasi avanzamento; soltanto quando il fanciullo riesce a tracciare due oblique parallele il cubo è corretto e completo.
L’apprendimento della prospettiva
L’apprendimento della prospettiva non è facile, né una persona è sempre motivata ad impararla. Grandi artisti come Giotto (per fare un esempio molto noto) si sono espressi senza conoscerla e la validità delle loro realizzazioni non è mai stata intaccata da tale ignoranza, semmai ne è risultata accresciuta la poeticità. Fu Leon Battista Alberti a teorizzare la rappresentazione dello spazio e a stabilire le regole della rappresentazione prospettica che vennero poi adottate da tutti gli artisti rinascimentali per i quali la riproduzione fedele della realtà era essenziale al linguaggio artistico. Questa convinzione, che è arrivata intatta fino ai nostri giorni attraverso l’Accademia, ha gettato sul disegno infantile una luce negativa, perché la struttura delle opere infantili non poteva apparire in questa concezione che errata, distorta e insufficiente. Furono gli studi sulla percezione a demolire la convinzione ottimistica di una perfetta corrispondenza tra realtà e percezione mettendo in crisi tutta l’impostazione filosofica ed artistica precedente. Non esistendo un’identità assoluta tra l’immagine percepita e la realtà delle cose, perché la persona che percepisce è un intermediario attivo che modifica l’immagine su cui riflette le proprie intenzioni, aspettative e attitudini, il centro d’interesse fu quindi spostato dal prodotto al produttore. In questo diverso clima, si guardò al disegno infantile con occhi nuovi e gli “errori” vennero interpretati non più come un limite, bensì come il risultato di quella particolare posizione in cui il bambino, per ragioni evolutive, si pone nei riguardi della realtà.
La rappresentazione in prospettiva non è l’unica forma di espressione e neppure la “migliore”, né il disegnare o il dipingere secondo le “giuste proporzioni” è essenziale all’espressione o all’arte: alcuni contenuti possono essere espressi con efficacia anche dimenticando le “regole”. Molti artisti contemporanei ignorano volutamente l’uso delle regole prospettiche, proprio perché alcuni effetti estetici non possono essere ottenuti se la rappresentazione è troppo vicina alla realtà e, come i bambini ed i primitivi, essi usano immagini distorte, schematismi, fondi piatti per colpire così più efficacemente la sensibilità dello spettatore. D’altronde, lo sconvolgimento delle regole prospettiche attraverso la scomposizione della figura ha portato ad una nuova analisi della realtà che risulta proprio dal sovvertimento di queste regole realistiche, dal ribaltamento dei piani, dalla trasposizione di parti prospetticamente nascoste. I profili con due occhi o gli arti giganteschi delle figure del secondo periodo di Picasso o della scuola cubista indicano come sia possibile interpretare la realtà o schematizzarne alcuni aspetti attraverso regole non “ortodosse”.
La prospettiva è una scoperta importante che il ragazzo fa a un certo momento della sua evoluzione quando impara a fare uso dei metodi logici di pensiero, ma l’insistenza unidirezionale su questa tecnica d’espressione, intesa come l’unica possibile, può isterilire l’immaginazione. Con l’acquisizione della prospettiva, infatti, la rappresentazione si subordina ad un unico punto di vista ed il ragazzo impara ad immobilizzare gli altri aspetti della realtà in funzione di quell’unico scelto, il che può impoverire quella visione dinamica delle cose che è la caratteristica principale della fase evolutiva precedente. Nel periodo pre-prospettico il bambino, rappresentando diverse angolazioni di uno stesso soggetto, fa confluire tutta la somma delle sue conoscenze intellettuali e delle sue emozioni sulle cose che rappresenta; riferisce cioè la realtà sulla base dei suoi apprendimenti, delle sue relazioni mentali, mnemoniche e psichiche.

