- Categoria: Ricerche sulla disabilità
- Scritto da Mirko Cario
Adolescenza e disabilità intellettiva: uno studio di caso - Conclusioni
Article Index
Conclusioni
Complessivamente i dati ottenuti dalle mie osservazione mostrano come Giuseppe non riesca a trovare nel suo ambiente valide risposte alle sue domande (peraltro non sempre chiare) che lo aiutino a rappresentarsi come una persona adulta. Ancora più evidente è la mancanza di una chiara spiegazione in merito alle attività che può svolgere, le esperienze adatte a lui e alla sua condizione di persona con disabilità piuttosto che di “malato speciale”. Le modalità relazionali conosciute dal giovane sono infatti quelle di assistenza e di aiuto, attraverso le quali ha imparato a proteggersi da comportamenti di esclusione e di rifiuto sociale, abituato ad essere compatito piuttosto che compreso.
Appare inoltre evidente una notevole disinformazione rispetto ai disturbi di Giuseppe, sia da parte della famiglia che da parte del diretto interessato. Dagli studi condotti su quest'argomento emerge quanto sia necessaria una corretta informazione riguardo il tipo di disabilità di cui è affetto il membro della famiglia, in modo che i genitori possano comprendere a pieno la situazione. In particolare è necessaria una corretta spiegazione, da parte dei medici, riguardo la diagnosi, la prognosi e i supporti a disposizione per l'intera famiglia (10;11;12).
Inoltre dalle richieste del giovane (sia durante i colloqui che durante le attività) è emersa l'esigenza di creare degli incontri e dei momenti di riflessione dedicati alla sue esperienze, che gli diano la possibilità di “rispecchiarsi” attraverso il giudizio e l'immagine che gli altri offrono.
Questi scambi, che costituiscono le variabili fondamentali nella costruzione dell'identità di ogni individuo, sono particolarmente carenti nella vita dell'adolescente preso in considerazione e non gli permettono di sperimentarsi come parte di una collettività, relegandolo ai margini della vita sociale.
Alla luce di tali osservazioni è possibile concludere che, in questo caso specifico, la disabilità intellettiva viene affrontata soltanto per quanto riguarda i bisogni concreti: assistenza sanitaria, pratica educativa e organizzazione di attività laboratoriali espressive. Quest'approccio si basa sulla considerazione, ampiamente condivisa nella nostra società, che i disabili siano “eterni bambini” inconsapevoli della loro condizione. Di conseguenza non viene loro riconosciuta una vita affettiva, determinante nella costruzione di un'identità adulta, mentre l'aggressività viene negata o sovente interpretata come patologica.
Partendo dalla considerazione che la disabilità non è determinata esclusivamente dal deficit o dalla menomazione, ma è piuttosto la conseguenza di una scarsa integrazione del soggetto con il contesto sociale e culturale a cui appartiene, è possibile ipotizzare che il benessere della persona con disabilità intellettiva debba tener conto della dimensione temporale nell'incrementare quegli aspetti integri e sani dell'individuo, che gli permettano di confrontarsi con gli altri e stabilire un rapporto alla pari. La dimensione temporale, individuata come un segno di cambiamento significativo nella vita del ragazzo, può essere approfondita con l'obiettivo di incrementare la sua sicurezza e la sua determinazione. Uno degli aspetti più difficili su cui lavorare, quando si parla di disabilità intellettiva, è proprio quello legato alla motivazione e alla voglia di fare. Un approccio che tenga conto della personalità, dei gusti e delle esigenze del singolo individuo e miri alla realizzazione di obiettivi anche a lungo termine, potrebbe aiutare il ragazzo a sperimentarsi in una dimensione temporale e quindi di crescita.
I risultati della ricerca non pretendono di trarre delle conclusioni generalizzabili ed esaustive rispetto all'intero universo di riferimento del mio studio, ma piuttosto tentano di offrire degli spunti di riflessione per chi, quotidianamente, si trova ad affrontare dubbi, domande e sfide simili a quelle di Giuseppe.
Note
- 1) OMS, 2002, ICF: Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute, Edizioni Erikson, Trento (ed. or. 2001).
- 2) Montobbio E., Lepri C., 2000, Chi sarei se potessi essere, Edizioni Del Cerro, Pisa p. 106 (ed. or. 1994).
- 3) Pedon A., Gnisci A., 2004, Metodologia della ricerca psicologica, Il Mulino, Bologna, p. 237.
- 4) Lepri C., 2011, Viaggiatori inattesi. Appunti sull'integrazione sociale delle persone disabili, Franco Angeli, Milano.
- 5) Tesio E., 2000, L'uovo fuori dal cesto, UTET, Torino.
- 6) Piaget J., Inhelder B., 1969, Dalla logica del fanciullo alla logica dell'adolescente, Giunti, Firenze (ed. or. 1955).
- 7) Ibidem.
- 8) Angelini L., Bertani D., 2010, Giovani uguali e diversi: il lavoro degli psicologi con gli adolescenti disabili, Edizioni Psiconline, Francavilla al mare (CH).
- 9) Casini C., 2010, Lo scudo di Perseo: complessità e nodi del passaggio adolescenziale nelle famiglie con figli con disabilità intellettiva, in "Rivista di Psicologia Clinica" n.1(10) pp.115- 121
- 10) Connors C., Stalker K., 2003, The views and experiences of disabled children and their siblings: A positive outlook, Jessica Kingsley Publishers, London.
- 11) Phillips R. S. C.,1999, Intervention with siblings of children with developmental disabilities from economically disadvantaged families in "Families in Society: The Journal of Contemporary Human Services", 80 (6), pp. 569-577.
- 12) Anderson E.M., 1977, L'inserimento scolastico degli handicappati, Zanichelli, Bologna.
Autore: Mirko Cario, dottore in Psicologia dello Sviluppo e dell'Educazione. Collabora con i servizi sociali del comune di Torino in qualità di affidatario diurno, area minori e disabili, e con il Centro Studi Psicologia e Nuove Tecnologie Csptech.
copyright © Educare.it - Anno XIV, N. 2, febbraio 2014
DOI: 10.4440/201402/cario

