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Dolce fermezza ed educazione

Oggigiorno i giovani non vengono più allevati, ma si limitano a crescere [1]. Abbiamo disimparato l’arte di educare, le norme comuni sono andate perdute e si è diffusa la convinzione che i bambini cresceranno comunque, in un modo o nell’altro. Stiamo navigando senza bussola in mare aperto [2]. Bernhard Bueb esordisce con queste provocazioni nel proprio testo “Elogio della disciplina”, recentemente pubblicato.

Si tratta di affermazioni che non possono lasciare indifferenti tutti coloro che a vario titolo si occupano di educazione: se si pensa al modo con cui stanno crescendo le giovani generazioni, dalla fanciullezza all’adolescenza, la mancanza di regole nei comportamenti, di cortesia e buona educazione nelle relazioni interpersonali, la ricerca smodata della gratificazione personale ecc., è evidente una degenerazione dell’arte educativa.
Per indagarne le cause, Bueb traccia un efficace panorama della storia dell’educazione nell’ultimo secolo. In passato l’educazione era impregnata di autorità, autoritarismo e coercizione, i cui livelli estremi sono stati raggiunti nel periodo dei regimi dittatoriali. Le generazioni successive alla seconda guerra mondiale hanno interpretato lo squilibrio di potere tra genitori e figli come una maggiore quantità d'esperienza; di conseguenza i metodi educativi dovevano evitare tutto ciò che faceva sembrare che l'educazione consistesse in una affermazione di potere. Vennero messi al bando tutti quei concetti che potevano richiamare alla mente una discrepanza di potere, ossia autorità, obbedienza, sottomissione e disciplina [3].

In questo contesto l’influenza di alcune correnti psicologiche portò a quella che l’autore chiama “nefasta psicologizzazione della pedagogia” [4]. La psicologia ha messo a disposizione dei pedagogisti degli strumenti che li mettono nella condizione di comprendere il comportamento di bambini e adolescenti, di interpretare meglio le cause dei comportamenti sbagliati e di reagire con provvedimenti diversi, anziché limitarsi alle sole punizioni. La psicologia ha avuto un effetto positivo finché è stata utilizzata da genitori, insegnanti e educatori solo come un ausilio per interpretare il comportamento infantile. Si è trasformata invece in un problema dalle discutibili conseguenze laddove si è fatta istanza standardizzante, perché i pedagogisti nelle loro decisioni si lasciavano guidare dalle interpretazioni psicologiche e non dalle loro esperienze, dal loro intuito o dalle loro valutazioni come educatori [5]. Il risultato è che oggigiorno dobbiamo costatare che genitori, docenti e educatorinella loro attività pedagogica quotidiana non si presentano più come autorità consapevoli del proprio valore, né pretendono un'ovvia obbedienza, così la disciplina ha perso importanza. Chi invece si comporta ancora secondo questo criterio è sospettato di esercitare un'educazione autoritaria [6].
Vi sono studiosi - spiega Blueb - che negli ultimi anni, con coraggio e determinazione, osano rivalutare la disciplina come elemento importante dell’educazione, riscoprendo che i giovani hanno un forte desiderio di autorità: hanno bisogno dell’autorità di adulti che li guidino e li sostengano, che rappresentino dei modelli, che pongano loro degli obiettivi elevati, che stabiliscano dei limiti ma che al tempo stesso li incoraggino ad oltrepassarli [7]. Si torna a comprendere che fra tutto ciò che un genitore dona al proprio figlio, la disciplina è seconda per importanza solo all’amore. La disciplina è insegnamento [8].



 

Le regole fin dalla prima infanzia

È fondamentale che l’educazione del bambino venga impostata fin dal primo anno di vita: infatti proprio i primi mesi sono il periodo di massimo apprendimento del bambino [9], il volano della sua crescita globale, nel quale vengono poste quindi anche le basi dello sviluppo morale [10].
Tuttavia la prima infanzia è ancora oggi permeata da teorie di matrice psicoanalitica che fondano un diverso approccio educativo. L’“allattamento su richiesta”, ad esempio, sostiene che nei primi mesi di vita, al minimo pianto, il bambino deve essere preso in braccio ed addirittura attaccato al seno materno. Un’importante guida per neo-genitori a livello nazionale suggerisce che, soprattutto nelle prime settimane di vita, è opportuno offrire il seno al bambino tutte le volte che lo richiede [11].
Occorre invece riscoprire metodi pedagogici che mirino alla costruzione dell’autonomia e valutino l'importanza della disciplina, delle regole, del rispetto dell'asimmetria di ruoli tra adulto e bambino, con l'attenzione a non degenerare nell'autoritarismo che ha caratterizzato l'età dei regimi dittatoriali. Occorre un atteggiamento educativo che, rispettando la persona dell’educando, lo aiuti a crescere con regole ed ordine, fin dalla tenera età, nei primi mesi di vita.
Questo approccio educativo può essere riassunto nel concetto di dolce fermezza [12], definizione coniata dal dott. Mario Castagnini, neurologo e riabilitatore di grande esperienza. Si tratta di amare la persona educanda al punto da donarle il dovuto affetto, ponendole al contempo ben definite regole, paletti da non oltrepassare. In questo modo si potrà insegnare le buone maniere, regolare il rapporto con le altre persone, moderare l'egocentrismo e l'egoismo insito in ogni persona, trasmettere l'altruismo ed il rispetto, porre ordine nella vita del bambino. L’ordine - ricorda Bueb - costituisce il fondamento della vita dell'uomo e perciò anche di ogni crescita riuscita: l'ordine dell'unità famigliare, i rituali e i gesti che scandiscono la giornata, la sicurezza protettiva della casa, ... [13]. 

Per attuare questo progetto occorre esprimere il proprio amore verso il piccolo non solo nell'affettuosità, nell'edonismo, nel procurare a lui il maggior piacere momentaneo, ma pensando alla sua futura autonomia. L'autonomia, in senso pedagogico e psicologico, non è solitudine, non chiede all'uomo di vivere isolato. Si tratta piuttosto di vivere in rapporto con gli altri, avere persone di riferimento, affetti su cui contare, ma poi sapersi distaccare come singolo individuo che agisce secondo le proprie scelte, sfruttando le proprie conoscenze ed abilità.[14] L'adulto che agisce con dolce fermezza è colui che si propone al piccolo come presenza su cui contare, ponendo inizialmente regole ben precise all'interno delle quali il bambino possa iniziare a conoscere sé e il proprio corpo, destreggiarsi sperimentando un'autonomia e responsabilità proporzionata alla propria età. A mano a mano che essa cresce, le regole potranno essere tolte per dare spazio all'autoregolazione dell'individuo. È importante ricordare che autonomia non è anomia (assenza di regole), ma capacità di governarsi, e quindi indipendenza, autodominio, capacità di regolarsi, di darsi delle norme, ecc...[15] Essa non può che derivare dall'eteronomia, ossia dall'affidarsi alle norme, alle regole di comportamento dettate da un altro [16]. Quest'altro - il genitore, l’educatore - trasmette con fermezza e dolcezza le regole che servono per vivere e rapportarsi dignitosamente con le persone.



 

Dolce fermezza e educazione nel primo anno di vita

Educare con dolce fermezza fin dai primi mesi di vita è dunque di fondamentale importanza per accompagnare il bambino verso l'autonomia. Si inizia attraverso alcuni semplici accorgimenti:

  • insegnare fin dai primissimi giorni di vita i ritmi di veglia, di sonno, una certa regolarità nell'ora del pasto, un giusto equilibrio tra i suoi bisogni e le richieste dell'ambiente; [17]
  • lasciare il neonato in posizioni diverse (prono, supino, ..., per abituarlo a rimanere nelle varie posture) su un ampio tappeto, finché la mamma si occupa delle faccende di casa, senza accorrere e prenderlo in braccio al primo richiamo;
  • insegnare ad abbinare ai propri “sistemi di autoconsolazione” quelli che voi genitori gli offrite (non sempre è necessario reagire a ogni piagnucolio del bambino mettendo in campo immediatamente tutte le forze possibili per consolarlo; è più saggio aspettare un attimo e dare un'occhiata per vedere se il bambino supera da solo il momento di difficoltà) [18].
    Col passare dei primi mesi il bambino inizia a sapersi spostare attraverso il rotolamento (5-6 mesi), lo strisciamento (8-9 mesi), l'andatura carponi (9-10 mesi) e il cammino (12-13 mesi). È questo il periodo in cui il bambino inizia a comprendere il significato del sì e del no. Il genitore ha ora il compito di:
  • lasciare che il piccolo si arrangi da solo nel procurarsi i giochi anche se un po' distanti da lui (il bimbo che reclama un gioco e non viene subito servito deve cercare la strategia idonea per poter soddisfare il suo desiderio [19], contare sulle proprie forze in ciò che può senza esigere tutto e subito dagli altri);
  • insegnare il significato del No, con fermezza, decisione e coerenza (a quest'età è bene servirsi della mimica facciale e del tono di voce; un No detto dolcemente e col sorriso non ha significato per il bambino), specialmente nel metterlo in guardia sui pericoli domestici (il forno che scotta, il vetro che si rompe e taglia, ecc…);
  • iniziare a dare vere e proprie regole di comportamento nella vita di ogni giorno, nei vari contesti, e ampliare le situazioni in cui poter inserire ritmi regolari e ben scanditi (tra cui si può ricordare l'uso del vasino: giacché quando il bambino è in grado di stare comodamente seduto, quindi dagli otto mesi, è utile iniziare a togliere il pannolino che ingombra ed è di impaccio ai movimenti del piccolo [20]).

Non si tratta di sforzare eccessivamente il piccolo. Si tratta piuttosto di lasciare che egli si trovi in una condizione di leggera difficoltà, di “problema da risolvere”, sapendo che ha sempre vicino il genitore che garantisce sicurezza e protezione, ma sapendo che deve allo stesso tempo cercare di fare da sé, di arrangiarsi [21], rispettando alcune regole semplici, chiare e coerenti.
Si ricordi che si sta parlando di dolce fermezza e che tutti questi accorgimenti si inseriscono nel naturale e doveroso rapporto di affetto tra genitore e bambino. [22]
Attuare questo tipo di atteggiamento non richiede al genitore di dedicare meno tempo al bambino o non occuparsi di lui, anzi: all’adulto spetta mantenere un occhio sempre vigile sul bambino e rimanere comunque in relazione con il figlio, senza averlo per forza sempre in braccio. Si tratta di imbastire fin dalle prime settimane di vita un giusto rapporto tra accompagnare e lasciar andare [23] per rispondere al bisogno di sicurezza e di conferma del soggetto educando e promuoverne l’autonomia [24]. In un contesto di vivace relazione è importante parlare con il bambino, renderlo partecipe di ciò che avviene, intermediario nei discorsi via via più articolati, fin dai suoi primi giorni di vita [25]. Al contempo comprendere la valenza pedagogica della “distanza” significa dare spazio alla capacità di iniziativa dell’educando, accoglierne la storia, riconoscerne le attese e soprattutto incoraggiarlo a mettersi alla prova nei vari contesti di vita [26].



Dolce fermezza e educazione speciale

Di fronte ad un bambino con disabilità, il tema della disciplina assume connotazioni particolari ed ambigue. Nella società odierna, da un bambino con sindrome di Down o con ritardo mentale non si pretende il rispetto delle regole di convivenza civile così come richiesto a un suo coetaneo.
Per assumere un corretto orientamento pedagogico, occorre chiedersi quale potrà essere il futuro di quella persona a cui non è stata insegnata la compostezza a tavola, il mangiare in modo dignitoso, la cortesia nei rapporti con le persone, il controllo degli sfinteri, … . Da adulto avrà molti handicap in più, dovuti non solo al suo deficit, ma ad una cattiva o mancata educazione. Similmente sarà penalizzato in età adulta il bambino al quale non è stata fatta adeguata riabilitazione perché piangeva e faticava negli esercizi, o non gli è stato insegnato a leggere e scrivere perché si rifiutava di applicarsi, ed è sempre stato giustificato perché “poverino ... è handicappato”.
L'educazione, per definizione, ha il compito di far raggiungere all'educando la maggiore autonomia possibile, aiutandolo a sviluppare tutte le disposizioni insite in lui, per diventare sempre più soggetto capace di vivere nella società.
Coloro che si occupano di educazione speciale, dal pedagogista all'educatore (aiutati in un'ottica interdisciplinare da medici, riabilitatori ed altri professionisti) hanno il dovere di rimuovere gli ostacoli verso il pieno ed equilibrato sviluppo di ogni bambino, anche in presenza di menomazioni strutturali o funzionali, attraverso un giusto atteggiamento di dolce fermezza.

 

 


 

Note:

[1] Bueb B., Elogio della disciplina, Rizzoli, Milano 2007, p. 11.

[2] Ibidem, p. 12.

[3] Ibidem, p. 48.

[4] Ibidem, p. 64.

[5] Ibidem, p. 67.

[6] Ibidem, p. 49.

[7] Ibidem.

[8] Brazelton T.B., Sparrow J., Il tuo bambino e … la disciplina, tr. Marchetti C., Raffaello Cortina Editore, Milano 2003, p. XIII.

[9] Cfr. Cioni G., Paolicelli P.B., Lo sviluppo fisico e motorio, in Camaioni L. (a cura di), Manuale di psicologia dello Sviluppo, ed.Il Mulino, pp. 35-43.

[10] Cfr. Varin D., Lo sviluppo morale, in Camaioni L. (a cura di), op. cit., pp. 443-444; cfr. Oppenheim D., Emde R.N., Hasson M., Warren S., Preschoolers face moral dilemmas: a longitudinal study of acknowledging and resolving internal conflicts, in "International Journal of Psycho-Analysis” 78, 1997, pp. 944-957; cfr. Piaget J., Il giudizio morale del fanciullo, Giunti-Barbera, Firenze 1932.

[11] Brusoni G., Moretto R., Venturelli L., Da 0 a 6 anni. Una guida per la famiglia, Ministero della Salute, Ed. Plada, 2007, p. 60.

[12] Faberi M, Consigli di zio Mario. Consigli utili per la famiglia del neonato, ARC e CSV, p. 60.

[13] Bueb B., op. c.to, p.84.

[14] Faberi M., op. c.to, p. 59.

[15] Larocca F., Pedagogia Speciale, Erickson, Gardolo (TN) 2000, p. 150.

[16] Ibidem p. 151.

[17] Brazelton T.B., Sparrow J.D., op. c.to, p. 3.

[18] Ibidem, p. 4.

[19] Faberi M., op. c.to, p. 60.

[20] Ibidem, p. 58.

[21] Ibidem, p.60-61.

[22] Ibidem, p.61.

[23] Passuello L., op cit.to, p. 184.

[24] Ibidem.

[25] Faberi M., op. c.to, p. 53.

[26] Passuello L., op cit.to, p. 187.

 


Autore: Matteo Faberi laureato in Scienze dell'Educazione e in Psicologia dell'Educazione (triennale) presso l'Università degli Studi di Verona. Ha pubblicato nel 2007 il volume “Consigli di Zio Mario”, stampato per conto dell'associazione “A.R.C. - I nostri figli”. È vicepresidente dell'associazione “A.R.C. - I nostri figli” di Verona. Web: www.faberi.eu


copyright © Educare.it - Anno VIII, Numero 5, Aprile 2008