- Categoria: Monografie
- Scritto da Fulvio Poletti
Iper-tecnologia e formazione dell'individuo - La mediazione tecnologica
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La mediazione tecnologica
Occorre prendere atto che la pervasiva presenza di apparati e di strumenti tecnologicamente sofisticati diventa una delle modalità principali attraverso cui filtriamo e categorizziamo la realtà. In altri termini tendiamo a rappresentarci e a modellizzare il mondo passando attraverso l’interfaccia di videoterminali, display e oggetti transazionali simili.
Ad esempio il nostro rapporto con la natura e con l’ambiente in senso lato avviene oggi in larga misura all’interno di una gamma tutto sommato limitata di intermediari o di artefatti: consolle con manopole e levette dedicate, joystick omologati, tastiere con pulsanti o icone predisposti da digitare, monitor per la visualizzazione di dati e pittogrammi (da toccare, sfiorare, palpare), mirini o visori per catturare immagini fisse o in movimento … Si tratta di dispositivi che fungono da prolungamento e da robusto potenziamento delle nostre capacità cognitive e in egere percettive, i quali svolgono anche una funzione rassicurante, almeno nella misura in cui divengono mano a mano maggiormente famigliari e di dominio pubblico.
Le tecnologie (…) mirano a facilitare la gestione della vita quotidiana, circondandoci di facili certezze e di artifici che funzionano come una seconda natura.[4]
Questa modalità di filtraggio del mondo e la sua informatizzazione riguarda in particolare l’organizzazione del pensiero, non tanto a livello contenutistico (giacché vi sono innumerevoli pensieri divergenti copresenti e più o meno in interazione), quanto piuttosto sul piano dell'ambientazione e del ‘setting’, là dove cioè il pensiero stesso si costruisce e si esercita secondo cornici e scenari (scenografie) omologantemente precostituite sul piano percettivo e rappresentazionale.
Basti l’esempio della pletora di Powerpoint sui più disparati temi incorniciati dentro un’iconografia standard, con qualche piccola variazione cromatica o di motivo grafico di sfondo fra l’uno e l’altro. Oppure, quello della video scrittura, la quale configura la nostra forma mentis all’interno di un ‘format’ prestabilito dal programma confezionato in base a una ben precisa intelaiatura iconografico-strutturale in linea (o in isomorfismo) con altri applicativi diffusamente commercializzati e comunemente utilizzati nell’ambito dei ‘data base’, dei fogli di calcolo, della schematizzazione grafica. Il caso emblematico è rintracciabile nella famiglia di programmi ascrivibile sotto il nome di ‘Office’ della Microsoft, che ha creato uno standard capillarmente distribuito a livello mondiale.
Il nostro modo di pensare e di sentire viene altresì distillato e coagulato negli scambi di SMS caratterizzati da messaggi rapidi, volatili e collocati all’interno di uno spazio ridottissimo di manovra, quello consentito dalle dimensioni dei cellulari. Ciò rispecchia il crescente trend alla miniaturizzazione e la parallela tendenza all’ellitticità nei flussi comunicativi vigenti in seno alle organizzazioni e praticati negli ambienti della finanza e del management. Qui è possibile assistere all’affermazione di dinamiche comunicative costantemente accelerate e viepiù orientate al risparmio talora ossessivo di parole, secondo script formali e schemi procedurali standardizzati, che si riverberano velocissimamente (come un’immediata onda lunga) in contesti discorsivi ed espressivi differenti rispetto ai luoghi di produzione originaria, dando forma a un’invalsa testualizzazione sincopata e rapsodica. Ecco come nel dialogo fra Tiziano Terzani e il figlio viene sinteticamente raffigurato questo stato di cose:
FOLCO: Ci sono moltissimi stimoli oggi per cui la mente non è mai in pace. Dal rumore della televisione, alla radio in macchina, al telefono che squilla, alla scritta pubblicitaria sull’autobus che ti passa davanti. Non riesci a fare pensieri lunghi. Fai pensieri corti. I pensieri sono corti perché le interruzioni sono frequentissime. TIZIANO: Giustissimo. I pensieri sono corti come uno spot televisivo. E il silenzio non esiste più.[5]

