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  • Categoria: Monografie

Iper-tecnologia e formazione dell'individuo - La cosmo-tecnologia

La cosmo-tecnologia

Se è vero che le cosmologie tradizionali – per il tramite di miti e riti – fornivano ai gruppi umani e alle diverse civiltà “rappresentazioni dell’universo, del mondo e della società che [proponevano] ai loro membri dei riferimenti per conoscere il proprio posto, sapere cosa è possibile e impossibile, quello che è permesso e vietato”[1]; è altrettanto vero che attualmente assistiamo all’affermazione di quella che, con felice e calzante espressione, Marc Augé definisce ‘cosmo-tecnologia’.

La cosmologia tecnologica, la ‘cosmo-tecnologia’, al contrario delle cosmologie tradizionali, è indotta dagli strumenti ancora più di quanto non si traduca in essi, e le immagini che diffondono tali strumenti la rafforzano di continuo.[2]

La tecnologia o l’iper-tecnologia nella quale siamo immersi esercita un notevole fascino su un buon numero di persone, non necessariamente appartenenti alle generazioni più giovani. Basta che esca un nuovo gadget o il modello più innovativo di un cellulare, di un computer, di un televisore, di un iPod … che una massa di gente si precipita nei centri di vendita, magari facendo la fila per ore e ore, per accaparrarsi l’oggetto del desiderio tanto anelato. Per esempio, dopo la versione uno, due, tre ecco “finalmente” il nuovo iPhone4, poi 5, poi 5s: “una superfotocamera che serve per telefonare” con dispositivo multitasking (in maniera da poter far girare più programmi contemporaneamente), uno zoom potente, la possibilità di realizzare ed editare filmati in alta definizione, uno schermo migliorato in brillantezza e chiarezza grazie all’aumentato numero di pixel, accessoriata di flash, mentre la fotocamera frontale consente le videochiamate. Ma non è finita: vi è anche il supporto Bluetooth per collegare una tastiera wireless e l’opzione di organizzare le Apps in cartelle. Come resistere a tanta abbondanza di funzionalità e a tale perfezione di tecnologia avanzata?!

Quando si tratta di tecnologia non faccio resistenza, anzi mi abbandono totalmente. (…) Ho l’iPhone. Non l’ho comprato subito ma oggi sono soddisfatto. Dopo l’estate conto di prendermi anche l’iPad. Certi oggetti mi affascinano a prescindere dall’utilità.[3]

Oltre a uno status symbol, queste protesi tecnologiche diventano quindi anche dei prodotti di culto, imprescindibili e indimenticabili, tanto che quando succede di non averli con sé il possessore si sente sovente perso e menomato nella propria estensione di memoria e archiviazione di dati, senza i quali non ci si sente più a proprio agio nel mondo perché disorientati e impreparati ad affrontarlo convenientemente.

Non stupisce dunque che il cellulare, oltre alle funzioni operative per cui è stato concepito, diventi una sorta di oggetto tradizionale da portarsi sempre appresso e da impugnare come un ancoraggio al proprio essere nel mondo, alla stregua di un fedele compagno capace di fornirci qualsiasi aiuto e di alleviare l’ansia e la paura nei confronti degli innumerevoli pericoli in agguato in ogni dove. Non vi è da sorprendersi allora vedere individui che attraversano la strada senza girare la testa a sinistra e a destra oppure che guidano l’auto con occhi assenti e con l’orecchio incollato al proprio telefonino, assorbiti da conversazioni in grado di distoglierli dai rumori del traffico e di sfruttare anche il tempo degli spostamenti per fare qualcosa e soprattutto per essere in contatto con qualcuno che riempia i vuoti. Persino in cima alle montagna non è infrequente incappare in compagnie in gita domenicale, dove una volta raggiunta la vetta buona parte degli escursionisti estrae il proprio cellulare per riferire alla mamma, allo zio, alla nonna, al capufficio, alla moglie, al marito, all’amante … le sensazioni provate durante l’ascensione, le particolarità del paesaggio circostante, la cronaca della giornata tappa per tappa (itinerario, pause spuntino, orari dettagliati delle coincidenze, chi si è incontrato sul cammino), dando per scontato che l’interlocutore sia disposto a sciropparsi tutta la tiritera. Oppure, nel corso di una serata trascorsa al ristorante fra amici e conoscenti non è infrequente constatare come la maggioranza dei commensali sia occupata in larga misura a rispondere a telefonate varie e a leggere o inviare SMS a destra e a manca, inframmezzando continuamente le conversazioni e gli scambi fra gli astanti con queste attività di relazioni pubbliche a distanza. Altra scenetta: coppie a passeggio sul lungomare o sul lungolago, nelle piazze o nelle vie del centro storico, in un viale alberato, seduti in un caffè, allorché escono da un cinema con lei o lui, oppure entrambi assorti in chiacchierate chilometriche con altri, mentre il partner (se non è a sua volta impegnato in questi dialoghi nell’altrove) è imbarazzatamente o annoiatamente o stizzitamente in attesa o in sospensione. Si potrebbe continuare ancora a lungo, ma mi fermo qui, perché credo di aver dato l’immagine o il sentore di un certo stare nel mondo, che, per quanto non esaurisca sicuramente l’immenso ventaglio di scelte praticate, penso rappresenti una fenomenologia esistenziale non esiziale.

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