Stop the genocide poster

A+ A A-
  • Categoria: Monografie

La guerra preventiva come dottrina pedagogica. Spunti sulla vicenda delle torture in Iraq - Seconda parte

Molto si è scritto, chiaramente, su questa foto, e prima che finisca nell’oblio tritatutto della comunicazione di massa bisognerà riflettere su alcuni aspetti che eccedono la singola vicenda. Sono intervenuti i politologi e gli esperti della comunicazione, a commentare sia le conseguenze storiche che le particolari modalità di diffusione di un tipico, ma forse apparente, imprevisto che segna pesantemente significato e portata dell’accaduto. Gli psicologi hanno argomentato sulle dinamiche che trasformano un’anonima ragazzotta della provincia americana in soddisfatta torturatrice. I pedagogisti, a quanto è dato sapere, anche questa volta non hanno trovato voce. Forse la vicenda, e quel marchio nella memoria che coinvolge sia l’Occidente che il mondo arabo, non è affare pedagogico: non è coinvolta alcuna scuola (si dà per scontato che l’esercito non lo sia), e del resto mettere il naso negli affari della politica è un lusso da lasciare agli esperti e ai pochi outsider come Chomsky e Vidal.

Un breve commento, apparso alla chetichella su un quotidiano, e proveniente da un non pedagogista come Michele Serra, suggerisce invece che occorre, come sempre, guardare a quello che si vede ma anche a ciò che è sottratto alla vista. Anche questa volta l’assenza, dice l’arguto polemista, rivela molto più della presenza. Infatti, “Nelle orribili foto ricordo di Linndye si vede il guinzaglio che lei tiene in mano, non si vede quello che l'ha trascinata in Iraq” [2].
È come dire che la foto, a una lettura non monca, suggerisce la necessità di uno sguardo aggiuntivo, teso a individuare a un livello superiore la stessa movenza che vi è rappresentata esplicitamente. Se la soldatessa tiene qualcuno al guinzaglio, come l’ultimo stadio di una matrioska, ci sarà un’altra catena, un legaccio potente che costringe un corpo entro una divisa, e induce una mente ad aderire a un progetto.
Linndye ripete a sua volta lo stesso dispositivo a cui è sottoposta: lo fa col sorriso beota di chi ricava piccole soddisfazioni negate nella vita normale; lo fa con l’impunità di chi è consapevole di agire col pieno consenso di potenti mandanti; ma non si accorge di essere a sua volta prigioniera, probabilmente torturata perché ridotta a macchina esecutrice di violenza, infangata come persona e, doppiamente, come donna, perché indotta a scimmiottarne i tratti meno nobili.

La nostra riflessione, di conseguenza, deve interrogarsi sulla natura e il ruolo di questo guinzaglio, inteso come strumento di dominio.
Quesito non da poco, per quanto ineludibile, che merita di essere introdotto richiamando un celebre contributo della psicologia sociale. Stanley Milgam fu tra i pochi ad avere il coraggio di indagare i meccanismi che producono l’obbedienza. Lo fece probabilmente anche per motivi autobiografici (la famiglia era originaria dell’Europa orientale e aveva vissuto, a partire dagli anni ’30, il progressivo dilagare della violenza nazista): si attirò numerose critiche, soprattutto di ordine deontologico e metodologico, perché aveva coinvolto ignari cittadini americani in un gioco sperimentale di notevole violenza.

Si trattava, all’interno di un laboratorio universitario, di mettere alla prova la capacità umana di resistere o meno dall’eseguire ordini che provocano sofferenza in vittime inermi e, inoltre, ripugnano alla coscienza morale del cittadino medio. Una serie di interruttori graduati somministravano alla vittima (in realtà complice degli sperimentatori) scosse elettriche di intensità crescente. Ai soggetti sperimentali era chiesto semplicemente di distribuire la punizione azionando la macchina, e la grande maggioranza lo fece, pur con qualche conflitto interiore, non sufficiente ad innescare la disobbedienza.

Dagli studi di Milgram è opportuno ricavare, seppure in breve, qualche riflessione. Innanzitutto osserviamo il tragitto del comando:

1. l’ordine proviene da un’autorità riconosciuta, in questo caso uno o più distinti signori in camice che rappresentano, in ambiente universitario, l’asettica ragione della scienza, una ragione che si pone come indiscutibile e che, senza minacciare in alcun modo i soggetti sperimentali, ne ottiene il consenso. È un potere-sapere, basato con evidenza sulla titolarità delle risposte giuste: un potere rassicurante con i propri servitori ma che evidenzia la necessità di sancire e correggere inadempienze ed errori. Uno scopo, per quanto banale (nell’esperimento di Milgram si trattava di memorizzare e ripetere sillabe senza senso) è sufficiente a soverchiare le individualità, facendo scattare un meccanismo che risiede nella memoria profonda di ciascuno.

2. il compito assegnato è squisitamente pedagogico. Si tratta di sanzionare la riottosità o l’inadeguatezza di soggetti dall’apprendimento insufficiente. La somministrazione delle scosse elettriche appare, in fondo, uno stimolo giustificato dall’intento positivo: riportare i recalcitranti sotto il controllo del sapere, condurli a prestare la necessaria attenzione e garantire l’armonico funzionamento del sistema.

3. il soggetto che distribuisce le scosse elettriche, alienato dalla propria responsabilità personale perché agisce sotto un mandato superiore, si ritrova facilmente nelle vesti di automatico riproduttore di ordini e segnali. Macchina egli stesso, tramite impersonale tra il comando e il reo, il soggetto è tenuto al laccio dalla rigorosità del dispositivo. Nessuna pausa, interruzione o smagliatura dovrà disturbare la riproduzione dell’ingranaggio, così da originare una sorta di inerzia che scorpora la soggettività dal gesto, il pensiero dall’azione, l’emozione dalla giusta movenza.

4. la pressione esercitata dal potere, in questo caso, non ha nulla di coercitivo nei confronti del soggetto sperimentale: si innesta piuttosto su una seduzione dettata dallo status e dalla disponibilità del sapere. Un sapere-potere che, in mancanza di un adeguato scatto personale, porta il soggetto all’obbedienza e, paradossalmente, a infrangere la legge proprio per un eccessivo ossequio all’ordine.

5. il dispositivo messo in atto all’interno della situazione sperimentale è soverchiante. Come riportato da Milgram, diversi soggetti, intervistati a posteriori, riferiscono una profonda inquietudine, a volte un moto di ribellione soffocato, a testimoniare la difficoltà di sottrarsi a una situazione che si riconosce come ingiusta o ripugnante. La mancanza di un movente personale o di un piacere tratto dall’esercizio del sopruso è qui secondario rispetto all’obbedienza, che scaturisce quasi in automatico dall’assegnazione del ruolo.