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Musica e memoria, itinerari pedagogici da Halbwachs a Benjamin - Sesta parte

I metodi autobiografici hanno perciò un obiettivo che travalica quello angusto che solitamente si assegna a una metodologia: innanzitutto devono sottrarsi al rischio di porsi anch’essi come artefatti prêt à porter, riproducibili seguendo automatismi preordinati, infine devono restituire al discorso pedagogico quell’aura capace di generare connessioni di pensiero. Il rapporto tra canzone e memoria si profila, dunque, dialetticamente e proustianamente come ricerca di senso, gioco di significati, fluttuazione al di qua e al di là delle soglie dell’esperienza. Un rapporto difficile, sul filo della fruizione stereotipata ma suscettibile anche di liberare notevoli energie formative. Incombe il rischio della banalizzazione, che replichi quanto si vede comunemente proprio nei modelli proposti dall’industria culturale: masse gaudenti di fans che concedono i corpi dondolanti ai dettami del momento, in rituali acritici che perseguono l’alienazione attraverso turbinii di suoni, luci e messaggi pubblicitari. Qui si tratta di restituire al rapporto tra musica e corpo quel dialogo che lo stampo sociale ha occultato: il rimando reciproco tra ritmi e movimenti, anziché obbedire alle conformità, dovrebbe puntare alle differenze.

Le vecchie foto e le vecchie canzoni hanno, esattamente come le vie parigine scrutate da Benjamin, un destino comune: una volta rappresentavano il nuovissimo, e poi, sempre più velocemente in tempi in cui l’accelerazione sociale si fa vertiginosa, si riducono a ruderi, rottami di realtà ormai tramontate. Sono frammenti di un passato su cui ciascuno ha eretto le proprie Bildung; costituiscono il ventre molle della memoria così come gli edifici modernissimi le cui fondamenta ricoprono e occultano origini in disuso. Vi è un parallelismo evidente tra le sorti dell’esperienza soggettiva e quella di oggetti e situazioni che ne hanno costituito il proscenio: ciascuno può sforzarsi di essere fedele a sé e ai propri oggetti, divenendo un collezionista di reiterazioni, ma ci si accorge che il tradimento è inevitabile, e ciò che una volta ci aveva animato si sbiadisce via via, facendo tutt’al più capolino in brevi e opachi revival.

Basta sfogliare una qualsiasi rivista musicale, specie se rivolta ai giovani, per rendersi conto che, accanto alla presentazione del nuovo, gli hit del momento, c’è uno spazio apposito per la riproposizione del vecchio. Ristampe, cover di brani che avevano brillato una volta, richiami stilistici e, sempre più nell’era del campionamento dei suoni, veri e propri saccheggi di voci e riff [19] dal successo decaduto. Curiosamente, la musica rock, nata giovane per i nuovi giovani della seconda metà degli anni ’50, ha assunto gradualmente un carattere necrofilo che la porta a riproporre come oggetti di culto le star in rovina [20].

I morti giovani, come Presley, Hendrix, Lennon, Jim Morrison e Cobain sono le presenze ombrose di uno spirito tragico che entra direttamente in sintonia con quelle cupezze mortifere che accompagnano l’adolescenza. La rockstar trapassata, specie se all’apice del successo, arresta la memoria in costellazioni di senso che possono essere mummificate e vendute come i santini davanti alle chiese: rispondono senz’altro al diffuso bisogno sociale di esorcizzare la morte proiettandola sulla fissità della star colta un attimo prima del decesso, e costituiscono una sorta di galleria degli avi che ciascuno può visitare per scoprire la propria genealogia. In effetti gli adolescenti, specie attorno ai 16-17 anni, compiono un particolare viaggio a ritroso nella memoria musicale delle generazioni più adulte. Lo fanno, e questo potrebbe innescare discussioni sul piano della didattica della storia, impiegando metodologie di ricerca che sono l’esatto contrario di quelle apprese a scuola.

Se, infatti, la cronologia scolastica si muove linearmente in avanti, dagli assiro-babilonesi alla guerra fredda, gli adolescenti che scoprono la musica che ha preceduto quella attuale si muovono in senso inverso, dal nuovo al seminuovo, affondando poi nel vecchio, ma con movimenti non lineari bensì ellittici, con salti, ricorsività e demarcazioni. Questo fenomeno, che in molti casi è riconosciuto, proprio dai giovani, come parte notevole del proprio percorso formativo, merita qualche ulteriore attenzione.