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Musica e memoria, itinerari pedagogici da Halbwachs a Benjamin - Quarta parte

Halbwachs precisa che la memoria operante nei rituali di una società lavora in modo da costituire una comunità affettivamente implicata attorno a un patrimonio comune: anche qui è evidente come le espressioni che meglio riescono a coinvolgere le componenti sensibili ed emotive portino un contributo prezioso ed efficace alla tenuta sociale, così da delimitarne, attraverso una sorta di punteggiatura, i quadri interpretativi. La musica costituisce a pieno titolo una componente del sapere, particolarmente di quel sapere sentito che “privilegia la forza della sensazione e della memoria” [11].

Accanto alla memoria dominante esistono correnti sotterranee, apparentemente ridotte al silenzio, che portano la voce di minoranze perdenti o di saperi dismessi: si tratta di memorie implicite, potenzialmente capaci di riaffiorare qualora lo consentano le condizioni sociali. Queste correnti sommerse [12] sono di grande importanza perché non solo testimoniano il carattere composito e dialettico della memoria (correttamente si dovrebbe quindi parlare di memorie) ma pongono un problema che esula da quello tipicamente descrittivo della sociologia o della psicologia sociale e investono il discorso pedagogico. Il confronto tra le due dimensioni della memoria, quella attuale, che esprime il punto di vista dei gruppi dominanti, e quella potenziale, che invece rappresenta le componenti in sonno, pone un problema conoscitivo e, assieme, uno strategico. Occorre definire, infatti, sia la composizione e le forze che custodiscono la memoria segreta, sia la spendibilità formativa di questa, tanto più se, dal versante pedagogico, non si mira a fare da puntello al sistema dominante ma si tende a trasformarlo. Il cambiamento è possibile a condizione che si tenga conto sia del livello esplicito che di quello sotterraneo, e sarebbe monco senza una considerazione attenta di uno tra i due versanti. Proprio la persistenza di memorie sotterranee spiega un fenomeno che ciascuno avrà avuto modo di notare: a volte una vecchia canzone, di quelle che non ci sono mai piaciute o che addirittura metteremmo volentieri nel dimenticatoio, ci ronza in testa dopo un ascolto casuale, e ci sorprendiamo a riflettere sulle ragioni e sull’origine di quel legame.

Da questo punto di vista è possibile stabilire una analogia tra la risonanza delle canzoni e il riverbero dei sogni così come si presentano alla memoria durante il risveglio. Perché abbiamo sognato quella persona, a cui normalmente non pensiamo più da anni, e perché canticchiamo quella canzone insulsa che non inseriremmo mai nel novero delle nostre preferite? Proprio Halbwachs, affermando che la memoria non è mai individuale ma sempre inscritta all’interno di quadri prodotti socialmente, ci suggerisce che l’indagine sulla musica, così come sui sogni, apre la porta al di là dei confini del singolo, immette ciascuno oltre se stesso per investire relazioni, culture, linguaggi e, in definitiva, i processi di formazione che cullano e contengono quei materiali. Così, l’indagine sul rapporto tra memoria e canzonette non può limitarsi né alla ricostruzione storica né alla definizione del gradimento personale: occorre piuttosto avventurarsi lungo una logica narrativa che, da una connessione all’altra, intrecci un percorso che è, assieme, ricostruzione e attribuzione di significato. Benjamin chiama regno del fuoco la possibilità di nominare l’impensato, secondo una logica sdrucciolevole che, lasciando scivolare le metafore al di là della contingenza, permette di accedere a livelli di verità altrimenti occulti. Si tratta di verità ombrose, inafferrabili esattamente come quelle veicolate dalle canzoni, che si possono sentire, intuire, sfiorare ma non possedere, e che perciò sono costitutivamente diverse dalle evidenze della logica cartesiana e dalle certezze del pensiero scientifico. La logica sdrucciolevole, proprio come pensiero della crisi, è sapere precario, che indugia sulla soglia e pratica il nomadismo come fluttuazione ermeneutica: non mira alla ricostruzione dei fatti ma, esattamente come la memoria, a testimoniare le tracce, a spostare in avanti le tacche del tempo per consegnarle a un futuro liberato dalla necessità dell’oggi [13]. Halbwachs, pur suggerendo l’esistenza di altre memorie che si agitano nel sottosuolo, non le pone al centro della propria riflessione: tocca invece a un’altra personalità eccentrica, ugualmente alla ricerca di uno spiraglio nella cappa funerea del nazismo trionfante di quegli anni, assumersene il compito. È Waler Benjamin, che da archeologo della modernità ha seguito le inquietudini di Baudelaire e Proust, a indicare una via di ricerca capace di servirsi proprio dell’inservibile. Gli stracci, i frammenti, le eccedenze e gli scarti della memoria diventano qui elementi in grado di schiudere ciò che il tempo ha occultato, così come l’accenno di una vecchia canzone che, proprio in quanto inservibile, è capace talvolta di togliere il bavaglio a voci censurate o sommerse dal primato della chiacchiera [14].