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Affettività e sessualità nel disabile mentale adulto: risultati di un’indagine svolta nei Centri Riabilitativi del Friuli Venezia Giulia - Analisi delle interviste

Analisi delle interviste

È interessante soffermarsi su alcune affermazioni degli operatori intervistati.

Qual è il male minore? Penso che sia meglio che il ragazzo viva in mezzo alla gente e non disturbi

Questa frase tocca l’importante tema dell’integrazione della persona disabile: sicuramente sono stati fatti molti passi in avanti in questo senso e sono aumentate le occasioni sociali in cui ci si incontra con disabili fisici e psichici ma questa integrazione, il progetto della massima autonomia possibile, sembra essere prioritaria rispetto all’autonomia sessuale delle persone con disabilità. Ed è così che il male minore diventa la repressione, il contenimento delle spinte sessuali e non vengono considerati interventi più propriamente educativi, orientati all'acquisizione di adeguate modalità di vivere ed agire la sessualità. Veglia (2000) scrive: “produciamo curricoli di apprendimento sofisticatissimi, pur sapendo che, dati certi limiti biologici, i risultati saranno molto poveri, e ci dimentichiamo invece che esiste la sessualità, una terra fertile e viva”.

E' inutile voler sconvolgere il mondo

Questa frase fa trapelare la presenza massiccia dei tabù radicati nella società e di quanto li si consideri indistruttibili: si sconvolgerebbe il mondo ad associare la sessualità all’handicap.

Non sarei per una sessualità libera

Questa affermazione sottende ad un comune pensiero, quasi una presunzione, di credere di sapere cosa sia giusto permettere. Non esiste altrimenti una ragione valida per giustificare un atteggiamento mirato a reprimere le spinte sessuali delle persone disabili, se non quella di una propria difficoltà e paura di affrontare l’argomento in termini educativi.

Bisogna forse anche risolvere la propria sessualità prima di cominciare a parlare di quella degli altri

Questa frase rende esplicito quanto appena affermato: dobbiamo parlare della nostra sessualità prima di parlare della sessualità degli altri. Per educare la sessualità dei disabili abbiamo bisogno di conoscerci, di sapere che cosa ci spaventa, cosa siamo disposti a condividere e cosa è troppo penoso affrontare; dobbiamo riflettere sulla nostra sessualità, sul significato che diamo al piacere, sui valori che intendiamo rispettare e sulla nostra capacità di accettazione del diverso.

Pensare alla sessualità come ad un modo di stare insieme apre ovviamente interessanti prospettive anche per le persone con handicap: esistono infatti moltissimi modi diversi per scambiarsi amore e piacere, e molti di questi possono sicuramente far parte anche del repertorio comportamentale di persone che hanno significative difficoltà di ragionamento e di pensiero (Veglia, 2000).

La sessualità non è quindi solo una strategia finalizzata alla riproduzione; la sessualità regola i rapporti interpersonali per favorire la costruzione di un legame con l’altro. Prima di intervenire per reprimere, distrarre o dirottare un comportamento è sicuramente importante chiedersi quale significato abbia per la persona che lo esprime.