- Categoria: Ricerche sulla disabilità
Affettività e sessualità nel disabile mentale adulto: risultati di un’indagine svolta nei Centri Riabilitativi del Friuli Venezia Giulia - Il contesto
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Il contesto
Le persone con disabilità intellettiva, anche di tipo medio-grave, comunicano il bisogno di esprimere le loro pulsioni; riportano la difficoltà di capire il loro corpo nelle sue diverse manifestazioni: dal ciclo mestruale, spesso vissuto dalle ragazze con ansia, come un qualcosa di incontrollabile, misterioso e negativo, al bisogno di contatto corporeo e di fisicità.
Alcune persone con disabilità rivolgono le loro richieste di affettività verso i compagni, diventano fidanzati, si lasciano, soffrono per gelosia o per mancanza di attenzioni.
Altri vivono situazioni più genitali, di autoerotismo, di omosessualità, che spesso esprimono profonda sofferenza e solitudine.
Altri ancora si innamorano delle persone che lavorano all’interno dei servizi: gli operatori spesso vivono la difficoltà di dare risposte adeguate alle richieste affettivo-sessuali rivolte loro dagli utenti, e di calibrare i propri interventi relazionali in modo da non creare in loro fraintendimenti e frustrazioni.
Alcuni educatori vivono una profonda frattura che separa il loro desiderio di dare voce al bisogno affettivo-sessuale del disabile, riconoscendolo come un diritto legittimo, e la necessità di doverlo reprimere in quanto istituzionalmente non consentito e spesso non condiviso dalle famiglie.
I disabili quindi manifestano molto il loro affetto e questo sembra anche essere favorito dagli operatori, a patto che non trascenda in comportamenti ambigui e morbosi. Le reazioni degli educatori alle espressioni sessuali degli utenti sono diverse: alcuni cercano di spiegare che i comportamenti sono consentiti solo se sono graditi all’altro e mai maleducati, altri invece distraggono e dirottano l’azione verso altre attività.
Ogni buon intervento educativo in questo senso non dovrebbe proporsi di regolare un comportamento, quanto piuttosto di aiutare la persona a trovare i significati migliori per la propria vita ed esprimerli attraverso modalità comportamentali che possano rappresentare per lei un'occasione di crescita piuttosto che di disagio e di emarginazione.
Ci sono alcuni utenti che manifestano tendenze omosessuali, ma spesso il loro interesse è rivolto a persone di entrambi i sessi, risultando così più una ricerca dell’altro, un semplice desiderio di contatto.
Sulla gestione della masturbazione sembra esserci una visione più aperta: spesso si verifica, altre volte ne emerge solo il tentativo, e l’idea generale è di permetterla, ovviamente nel privato, ove non diventi un gesto ossessivo e compulsivo.
Per quanto riguarda le famiglie degli utenti, i racconti che ne fanno gli intervistati ricalcano perfettamente la visione generale che nega al disabile una sfera sessuale: le persone con disabilità sono considerati eterni bambini e quindi la sessualità ignorata o, se affiora, negata o dirottata. Emerge il caso estremo di una madre che masturbava il figlio disabile, e di un’altra che ha proposto alle operatrici di farlo a pagamento. Le maggiori preoccupazioni dei genitori sembrano essere soprattutto la paura dell’abuso per le figlie femmine e la paura di comportamenti spiacevoli da parte dei figli maschi.
La visione della sessualità dei disabili da parte degli educatori ha una costante comune, quella di considerare ogni caso soggettivo; diventa impossibile quindi fare un discorso generale perché i livelli di comprensione sono diversificati. Ne consegue così il pensiero unanime di permettere e insegnare la sessualità dove c’è una sufficiente comprensione da parte della persona con disabilità e invece dirottarla o proibirla dove non ci potrebbe essere una sua buona gestione.

