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  • Categoria: Dipendenze

Consumare e consumarsi: sguardi sulle tossicodipendenze

Che la tossicodipendenza sia usurante è un fatto incontrovertibile, non solo per chi ne è coinvolto come paziente ma anche per chi la vive da operatore. In questo articolo si guarda alla dipendenza dapprima da questa duplice prospettiva, per concludere con una sintesi sugli aspetti che caratterizzano tale fenomeno dal punto di vista della psicologia evolutiva.


Il caso di Adalberto

Adalberto ha trentacinque anni. Il suo calvario è cominciato dall’età di venti. Voleva grandi cose dalla vita, forse solo nella sua mente, e oggi raccoglie il proprio fallimento. E’ stato un brillante adolescente: tutti prospettavano per lui un futuro ricco di soddisfazioni, cosa che non è accaduta. A dire il vero, egli è sempre stato profondamente insicuro, anche se all’apparenza si è mostrato volitivo e perfettamente in grado di dirigere il suo futuro.

Tutto è cominciato negli ultimi anni del liceo con la frequentazione di alcuni compagni alternativi. In quel periodo metteva in discussione tutte le autorità costituite, cominciando dalla sua famiglia, che è sempre stata la quinta essenza dei valori borghesi. Attraverso questi amici ha cominciato ad accostarsi “al fumo”: un rito collettivo che si consumava nei momenti di euforia.

Il punto di svolta è avvenuto quando si è iscritto all’Università, in una città diversa dalla sua, al corso di laurea in Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo. Era quello che desiderava, ma improvvisamente le sue paure, le sue insicurezze, tenute a bada nel corso degli anni di liceo, sono esplose. Si sentiva non in grado di fronteggiare il rapporto con l’altro, con la quotidianità, con le responsabilità. Era ritornata, anche, una vecchia balbuzie, che l’aveva accompagnato sin dall’infanzia. Si sentiva sperduto in quella città, senza punti di riferimento: l’evento tanto desiderato si era trasformato in un flop esistenziale. In realtà egli aveva sempre avvertito una bassa dose di autostima ed era alla continua ricerca dell’approvazione degli altri (genitori, insegnanti, amici). In quel periodo ha fatto di tutto, abusando di quello che poteva (alcol, farmaci ecc.), e finalmente ha scoperto l’eroina. Che meraviglia! Sembrava che essa togliesse fondamento alla sua insofferenza, alle sue paure, alle sue insicurezze. L’eroina è stata la sua dannazione. Per oltre dieci anni è stata la sua ragione di vita, facendolo penetrare in un baratro, in cui c’è stato posto per tutto: furti, carcere, solitudine, rottura con la famiglia e con gli amici di un tempo. Ha provato più volte a smettere senza mai riuscirci. Ultimamente ha incontrato una ragazza che gli ha dato la spinta per intraprendere una cura disintossicante. E’ seguito da un SERT. Il passo decisivo, però, è quello di entrare in comunità: cosa che si appresta a fare.


Il disagio di Giovanni

Giovanni lavora da cinque anni presso una comunità per il recupero dei tossicodipendenti come educatore. Da qualche mese avverte che qualcosa non sta andando per il verso giusto. Fa fatica a recarsi al posto di lavoro, con frequenti ritardi, e appena può si assenta.

La comunità segue 20 utenti ed egli si occupa di cinque di loro, svolgendo una forma di terapia occupazionale. Il suo rapporto con i pazienti è peggiorato notevolmente negli ultimi mesi. Non riesce più a tollerare certi loro atteggiamenti di sfida nei suoi confronti e comincia a credere che il suo lavoro sia inutile e non produca risultati apprezzabili.

Nel corso di questi cinque anni ha visto un continuo via vai di utenti: molti non hanno terminato il programma terapeutico, alcuni sono ricaduti nella tossicodipendenza, solo pochi sono guariti. Nella comunità ci sono altri tre educatori, ma con loro i rapporti non sono soddisfacenti. E’ come se ognuno fosse chiuso nel suo mondo e ci fosse poca comunicazione. Ha provato qualche volta ad esplicitare a qualcuno di loro le sue emozioni, ma ha sentito un muro e soprattutto si è sentito giudicato, quasi fosse un incompetente.

L’equipe di lavoro è costituita da uno psichiatra, da tre psicologi, da un assistente sociale, da quattro educatori e da cinque responsabili di laboratorio. La comunità è strutturata in maniera tale che al mattino gli utenti siano impegnati nei laboratori, mentre nel pomeriggio essi sono occupati con le attività terapeutiche. Ci sono cinque laboratori: agricoltura biologica, restauro, tipografia, arte e cucina.

L’équipe di lavoro appare divisa nel reggere il confronto con gli utenti. Di fronte ad una serie di insuccessi, ognuno scarica le responsabilità sull’altro, senza mai mettersi in discussione. I dibattiti che avvengono all’interno dell’équipe sono interminabili, inutili e noiosi. Ognuno crede di possedere la verità assoluta e non accetta il punto di vista dell’ altro, vissuto come una minaccia. Egli ha la sensazione che la comunità sia formata da compartimenti stagni, in cui ognuno fa il suo lavoro confrontandosi superficialmente con gli altri.

Lo psichiatra che dirige la comunità sembra che abbia adottato la politica della sopravvivenza: in pratica il lavoro non viene programmato, ma le situazioni sono affrontate allorquando diventano problemi. Gli psicologi sono divisi fra di loro per questioni ideologiche. Hanno tutti e tre degli approcci psicologici differenti al malato e alla cura della malattia, per cui il vissuto che serpeggia fra di loro è quello di ritenere l’altro non all’altezza del compito. L’assistente sociale è chiusa fra le sue carte e pensa che il suo compito sia quello di stendere delle relazioni: meno seccature ha e meglio è. I responsabili dei laboratori mal digeriscono le intromissioni nella loro prassi quotidiana e forse intimamente sono convinti che gli utenti siano delle persone qualsiasi che si sono iscritte alle loro attività per imparare qualcosa di nuovo. Manca la coordinazione fra di loro, come manca la coordinazione in tutte le attività della comunità.

Giovanni ha provato a parlare anche con lo psichiatria di queste cose che non vanno e soprattutto delle sensazioni che sta provando, ma si è sentito rispondere che il suo compito è quello di aiutare gli utenti, non le persone che lavorano lì. Probabilmente il percorso di psicoterapia individuale, che ha deciso di intraprendere per proprio conto, è l’unico modo per ritrovare la serenità.


Le caratteristiche della tossicodipendenza

La condizione di dipendenza da una sostanza psicoattiva è un fenomeno complesso di natura multifattoriale. Sovente nel vissuto del tossicodipendente appaiono delle narrazioni riguardo al “come ho cominciato” che appaiono disparate e varie, sintoniche con le molteplici strutture di personalità che si riverberano in tale condizione. Si va dal desiderio di provare sensazioni forti e diverse alla ricerca di una semplificazione della propria vita: attraverso le droghe si cerca cioè di migliorare la relazione con se stessi, con gli altri e con il proprio contesto di vita. Spesso nella personalità adolescenziale o tardo adolescenziale compare il desiderio di trasgressione, essendo la droga, frequentemente per tradizione culturale, associata alla devianza, ovvero al trascendere le regole del vivere sociale.

Diverse ricerche hanno messo in luce anche il ruolo patogeno di certe costellazioni familiari, quando il padre è periferico rispetto alle dinamiche mentre la madre è onnipotente, comprensiva e onnivora. E' proprio quest'ultima che, nel tentativo di far perdurare il rapporto simbiotico con il proprio figlio, lo "divora" psicologicamente indicendo meccaniscmi di dipendenza.

Alla base della dipendenza ci possono essere diversi meccanismi che mantengono il circolo vizioso del consumo. C’è prima di tutto, nei confronti delle droghe “pesanti”, un meccanismo fisico, prodotto dalle variazioni anatomo-fisiologiche che le sostanze tossiche provocano nel corpo umano. A livello cognitivo, la mappa concettuale del tossicodipendente è infarcita di narrazioni, congetture e preconcetti, che si mantengono vitali e si ipertrofizzano proprio nel rapporto con la sostanza “proibita”.

Si possono individuare tre fasi nell’ambito dell’insorgenza e del mantenimento della tossicodipendenza:

  1. la fascinazione;
  2. il rito iniziatorio;
  3. la cronicizzazione.

Nella fase di fascinazione il giovane è stregato da tutto quello che la droga rappresenta, attraverso le narrazioni edoniche che si racconta o che gli hanno raccontato sulle proprietà quasi magiche della sostanza trasgressiva.

Nel rito iniziatorio, prevalentemente collettivo, il cominciare diviene il fenomeno che cementa uno stare con gli altri, portato ai parossismi della maniacalità, intendendo con ciò un trascendere la fisiologica, per taluni, condizione di ipotimia.

La cronicizzazione avviene quando l’iniziazione si consolida in uno stile di vita, in cui “il farsi” diventa il palinsesto di una quotidianità malata, frutto di paradigmi cognitivi alterati e processi euristici falsati. Alla base della cronicizzazione c’è una psicopatologia dello sviluppo, ovvero uno stile familiare, che il ragazzo ha appreso nel corso della sua crescita, fatto di problemi non risolti, strategie di coping inconcludenti e improduttive, una filosofia di vita improntata al “è un bene non risolvere niente, tanto tutto si risolve da sé”.


La terapia della tossicodipendenza

Solitamente si guarisce se si ha voglia di guarire. Per questo motivo, soprattutto nella fase precoce del percorso terapeutico residenziale comunitario, si deve capire quanto il soggetto sia motivato a lasciarsi alle spalle tutto quello che la tossicodipendenza rappresenta in termini medici, psicologici e sociali.

Il secondo passo è rappresentato dal codificare un protocollo terapeutico che preveda il contemporaneo utilizzo di cure mediche e psicologiche. La psicoterapia del tossicodipendente può transitare ed esplicarsi attraverso due canali, ovvero quello individuale e quello di gruppo. Entrambe le metodiche vedono nel modello psicoeducativo il paradigma fondante.

Nella psicoterapia individuale il terapeuta funge da mediatore in un percorso educativo, che è fatto di tre tappe:

  1. il decondizionamento da strutture cognitive personali e da archetipi sociali e ambientali distonici;
  1. l’elaborazione di nuovi costrutti e la sperimentazione di contesti ambientali e sociali diversamente strutturati, come possono essere quelli comunitari;
  1. l’esperire la nuova mappa cognitiva nella propria quotidianità, cioè nella relazione con se stessi e con gli altri.

La psicoterapia di gruppo ha la finalità di cementare il lavoro individuale e di fornire un ancoraggio sociale al singolo che intraprende il faticoso percorso della disintossicazione.


Bibliografia

  1. Andreoli V., Carissimo amico. Lettera sulla droga, Rizzoli, Milano, 2009.
  2. Cancrini L., Tossicomanie. Consumo e spaccio di stupefacenti: cause, interventi e cure possibili, Editori Riuniti, Roma, 1984.
  3. Cancrini L. e La Rosa C., Il vaso di Pandora. Manuale di psichiatria e di psicopatologia, Carrocci, Roma, 2001.
  4. Montanari C. e Longo C., L’integrazione pluralistica nelle tossicodipendenze. Percorsi formativi e terapeutici, Angeli, Milano, 2005.
  5. Salvini A., Testoni I. e Zamperini A., Droghe: tossicofilie e tossicodipendenza, Utet, Torino, 2002.
  6. Zanusso G. e Giannantonio M., Tossicodipendenza e comunità terapeutica: strumenti teorici e operativi per la riabilitazione e la psicoterapia, Angeli, Milano, 1998.

 

Autore: Vincenzo Amendolagine è medico, psicoterapeuta, psicopedagogista. Insegna, come docente incaricato, Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione, Psicologia delle Diverse Abilità, Didattica e Pedagogia Speciale presso l’Università degli Studi di Bari Aldo Moro. È autore di numerose pubblicazioni scientifiche.


copyright © Educare.it - Anno XIV, N. 4, aprile 2014