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  • Categoria: Pratiche di inclusione
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La Marcia dei Bruchi: un progetto di pace e inclusione a scuola

Educare.it - La Marcia dei Bruchi: un progetto di pace e inclusione a scuola «Nessun atto di gentilezza, per quanto piccolo, è mai sprecato» (Esopo). Da questa frase nasce, in una scuola media, un progetto sulla pace ispirato alla Marcia dei Bruchi, la manifestazione nata a Bressanone da cui prendono vita, ogni maggio, eventi analoghi sul territorio: in Trentino si tiene a Trento, in Piazza Dante. Come il bruco diventa farfalla, la pace si raggiunge camminando lenti: l'obiettivo è trasformare la fragilità di uno nella forza di tutti.

 

Pace: riflesso interiore

Un progetto, a volte, comincia da una domanda ben piazzata, capace di rivelare il potenziale delle ragazze e dei ragazzi che affollano le scuole. È accaduto durante una lezione di italiano, quando una domanda è sorta spontanea: se siamo tutti uguali, come possiamo combatterci? Proprio da questa frase ho preso spunto per il progetto. La pace, del resto, non si spiega con le definizioni: si accende prima come emozione, e solo dopo diventa pensiero. Bastano gesti piccoli, che si allargano come cerchi nell'acqua: partono da noi e vanno verso gli altri.

Il bruco che diventa farfalla

Il bruco che diventa farfalla non è solo un'immagine, né una semplice allegoria: è il percorso stesso che avevo in mente. Una trasformazione lenta, fatta insieme, con i suoi slanci e le sue cadute. Un percorso che, ai risultati immediati e alle scorciatoie, ha preferito il tempo e la pazienza, nella convinzione che nessun risultato che conti davvero arrivi in fretta. È un messaggio che parla ai ragazzi, e agli adulti, di oggi, abituati a scorrere lo schermo senza fermarsi. Quel dito che fa scivolare via i contenuti uno dopo l'altro, senza approfondire, senza lasciarsi toccare, finisce per mettere ai margini le cose che chiedono tempo: ascoltare, capire, sentire l'altro. Contro questa fretta il progetto ha scelto di rallentare. E rallentare, per una generazione così, è quasi un gesto di ribellione.
Il percorso ha tenuto insieme due destinatari. Da una parte il singolo con i suoi bisogni; dall'altra il gruppo, che all'inizio somigliava più a un ostacolo che a un aiuto e che proprio per questo andava trasformato in risorsa. La scelta di fondo è stata questa: fare della fragilità di uno, l'occasione di crescita per tutti. Un progetto è davvero inclusivo non quando prevede qualcosa di speciale per qualcuno, ma quando ciò che serve a uno diventa un bene per l'intera classe. Volevamo passare dall'integrazione, che inserisce chi fatica in un mondo pensato per gli altri, a un'inclusione che ripensa l'ambiente a partire dalle differenze.
Il segnale del silenzio, le liste illustrate delle cose da fare, le immagini che aiutano a capire, i tempi distesi, i ruoli chiari: nessuno di questi era un aiuto riservato a un solo alunno. Servivano a tutti - a imparare la pazienza, a pensare prima di agire, a prendersi cura del proprio compito.
Il cammino ha attraversato tredici ore e cinque discipline (Educazione Civica, Geografia, Inglese, Arte e Immagine, Musica), legate da un filo solo: Io, Tu, Noi. Si parte dall'io - l'ascolto di sé, il riconoscere le proprie emozioni - per arrivare al tu - l'empatia, la responsabilità verso i compagni - e approdare infine al noi: una comunità che agisce insieme e porta i propri lavori alla Marcia, come segno di un percorso compiuto. Perché la pace non è una parola da pronunciare una volta l'anno. La si costruisce ogni giorno: nel modo in cui si ascolta, in cui si prende la parola, in cui si rispetta lo spazio dell'altro.

Dietro ogni gesto, una scelta

Dietro ogni gesto semplice c'è stata una scelta pensata. Prima di partire mi sono chiesta dove concentrare le forze, perché un intervento che vuole toccare tutto rischia di non toccare niente. La risposta è stata: la relazione e l'apprendimento. Prima di correggere le parole o i comportamenti, si è lavorato sul legame. Le difficoltà di un ragazzo a rispettare i turni, a restare nel proprio spazio, a non interrompere, quasi mai sono un problema di regole da mandare a memoria: sono il segno di un'emozione che non trova la sua misura. Ci si è presi cura di quella, sapendo che, quando il legame migliora, migliorano da sole anche le parole. Un guadagno più lento, forse, ma più vero, perché nasce dal di dentro.
La seconda scelta è stata non isolare nessuno. Un ragazzo in difficoltà non è un caso clinico da curare in disparte: spesso è lo specchio di una fatica che tutta la classe condivide, in forme diverse. Chiedere a lui solo di mettersi in gioco e di sbagliare davanti a tutti, mentre attorno nessuno rischiava niente, sarebbe stato ingiusto. Così si è lavorato sul gruppo per prendersi cura del singolo - non per confondersi nella massa, ma per costruire le condizioni in cui la sua crescita avesse un senso.
Da qui la via del lavoro cooperativo: piccoli gruppi, compiti chiari, ruoli che ruotano, dove il contributo di ciascuno serve davvero agli altri. Non una parte che si può saltare, ma una responsabilità visibile. Così chi faticava ha smesso di essere “quello da aiutare” ed è diventato, come tutti, qualcuno con un compito da portare a termine. È un piccolo ribaltamento, e cambia molto: dal fare la propria parte al farla perché anche gli altri riescano.
Lo strumento più semplice, e forse il più prezioso, è stata una lista di cose da fare disegnata passo dopo passo, con una casella da spuntare a ogni traguardo. Sembra poca cosa, e invece fa tre cose insieme:  rende visibile la sequenza delle azioni, che di solito resta nella testa, e aiuta a non perdersi; regala a ogni casella spuntata una soddisfazione concreta, la prova di avercela fatta, che giorno dopo giorno smentisce la voce che sussurra “non ne sono capace” e permette di controllare da soli i propri passi, senza sentire l'adulto come un'intrusione.

Un aiuto che non pesa; una struttura che, invece di stringere, libera

Attorno a questo cuore hanno lavorato altri gesti quotidiani: i giochi che insegnano a stare insieme, il confronto ordinato del dibattito, il cerchio in cui ci si ascolta a turno, il pensiero libero che cerca idee senza giudicarle subito. Il cerchio, soprattutto, è diventato uno spazio per dare voce alle emozioni, perché prima di ascoltare gli altri occorre imparare ad ascoltare sé stessi. E il dibattito ha offerto una palestra sicura a chi, nel parlare libero, faticava a trattenersi, ma in una forma con regole trovava finalmente il modo di mettere in fila la propria voce. C'era infine un modo per guardarsi dentro mentre si lavorava: prima e dopo ogni attività ciascuno si fermava un momento a chiedersi come stava, se aveva capito, se aveva rispettato le regole. Un gesto minimo, ripetuto, che insegna a riconoscere le proprie emozioni e a governarle. Uno specchio onesto, coi suoi limiti - una giornata storta può falsare il giudizio su di sé, e di questo si è tenuto conto - ma prezioso, perché diceva agli educatori, giorno per giorno, come stava davvero il gruppo, e permetteva di correggere la rotta lungo il cammino. Sotto tutte queste scelte c'è un'idea sola: la pace comincia dentro. Non è un discorso da fare, è una capacità da esercitare. Non si costruisce una comunità unita, né un domani un mondo più giusto, senza aver prima imparato ad ascoltarsi, a riconoscere ciò che si prova, a starci in mezzo senza esserne travolti. Per questo gli obiettivi del singolo e quelli del gruppo non hanno mai preso strade separate: erano lo stesso cammino. Ascoltarsi per poter ascoltare. Rispettare il proprio spazio per rispettare quello degli altri. Finire un compito per diventare qualcuno su cui gli altri possono contare.

Un viaggio in sei tappe

Io, Tu, Noi: il cerchio. Il percorso è cominciato mettendo al centro la relazione, l'ascolto, la collaborazione, che sono le condizioni vere di ogni apprendimento. In Educazione Civica, tra riflessione personale, lavoro in piccoli gruppi e confronto, la classe ha costruito insieme una nuvola di parole sulla pace su una bacheca digitale. È qui che è nata l'emozione da cui tutto è partito. Una verità semplice si è imposta subito: se non si impara come stare insieme, ogni contenuto resta chiuso a chiave. La relazione non è il lusso della buona scuola, è ciò che la rende possibile.
Coordinate di pace. La Geografia ha legato la pace ai luoghi. In apertura, una riga di Marcel Proust - «Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell'avere nuovi occhi» -  ha trasformato lo stesso schermo che ci fa scorrere all'infinito in una finestra sul mondo. Ascoltare le radio di paesi lontani, sentire nello stesso momento la distanza e la vicinanza dei luoghi, ha fatto capire più di ogni spiegazione che l'estraneo può diventare familiare.
Parole in volo. La lingua inglese ha aperto un piccolo laboratorio di poesia, vissuto interamente in L2. Il punto di partenza è stata una frase cara ai ragazzi, dal mondo di Harry Potter, dove il professor Silente - personaggio della scrittrice J.K. Rowling - descrive le parole come la più grande e inesauribile fonte di magia, capaci di ferire e di guarire. Da lì la domanda: possiamo vedere il mondo anche con le parole degli altri? Possono, le parole, superare i confini? La poesia obbliga a fermarsi e a scegliere, e così, quasi di nascosto, insegna a governare sé stessi mentre sembra insegnare soltanto a scrivere.
L'angolo del possibile. Con Arte e Immagine il gruppo ha creato uno spazio simbolico in classe, un Angolo della Pace, insieme a un lavoro corale per la Marcia. La frase che lo introduce diceva: «Non un angolo per isolarsi dal mondo, ma un cantuccio per ritrovare sé stessi. Perché la pace non nasce nel caos della folla, ma nel silenzio di un angolo dove il rispetto ha finalmente trovato casa». Sembra una bella frase e basta; in realtà è il senso di tutto il percorso. La pace si impara prima nel silenzio, e solo dopo può essere portata nel rumore del mondo.
Destinazione: pace. Il cammino è arrivato al suo approdo con un grande manifesto, un cartellone da portare alla Marcia. Era fatto di tante piastrelle tutte uguali, che ogni ragazzo ha poi personalizzato a modo suo: un colore, un segno, una parola. Se ne fosse mancata anche una sola, l'effetto d'insieme si sarebbe perso. È questo che il manifesto voleva dire, prima ancora di dirlo a parole: ognuno è importante, come persona e come parte di una comunità. Nessuno è di troppo, nessuno è sostituibile.
Esiste un mondo. La Musica ha aperto uno spazio per immaginare insieme, e da lì è nato il video che chiude il percorso. Il testo l'hanno scritto i ragazzi; la voce che lo recita è la loro; le immagini li riprendono al lavoro, fase dopo fase, nel pieno rispetto della privacy. Partendo da un testo già scritto sulla pace, la classe ha cercato nuove rime e nuove parole per farne una canzone, fino a questo brano corale. Il ritmo e il movimento del corpo hanno offerto una voce diversa, più a portata di mano per chi fatica a restare a lungo concentrato. La musica ha ripetuto, col suono e col corpo, la lezione dei bruchi che marciano insieme: da soli si arriva meno lontano che uniti.

Non ancora farfalle, ma già in cammino

I risultati sono stati piccoli ma veri, e vanno raccontati con onestà, senza facili entusiasmi. Insieme, ciascuno ha portato qualcosa di suo a un lavoro comune, scoprendo sulla propria pelle che l'unione dei singoli crea qualcosa di più grande della semplice somma. Va detto, però, che i progressi non sono andati sempre dritti. Ai passi avanti sono seguiti cali di attenzione, ritiri, momenti di confusione: quella normale turbolenza che fa parte del crescere e non è un fallimento. Riconoscerla non toglie valore ai risultati, li mette nel loro contesto vero.
Sul piano personale, il percorso ha costruito passo dopo passo un'esperienza di successo autentica. Non un successo gentile e finto, ma il riconoscere capacità già presenti, che la scuola di tutti i giorni faticava a vedere. Il lavoro cooperativo ha fatto da sostegno, trasformando una presenza vissuta come un problema in un pezzo necessario. Del resto certe fatiche non sono incapacità di sempre: sono momenti in cui la tenuta viene meno. E allora la cura non sta nel pretendere che uno regga sempre, ma nel costruire un ambiente che funzioni anche nei momenti difficili, di ognuno e di tutti. È qui che vanno letti i piccoli traguardi: tenere la propria piastrella nel manifesto, accettare un compromesso nel confronto, farsi richiamare senza esplodere, ricomporsi dopo una breve pausa. Presi da soli sembrano niente. Messi insieme, e confrontati col punto di partenza, disegnano un cammino. Sono piccoli passi, ma sono vittorie, perché si misurano sul percorso di ciascuno e non su un modello astratto di come si “dovrebbe” essere.
Anche il gruppo ha mosso qualcosa. Che due tra i ragazzi più timidi si siano presi da soli la responsabilità del cartellone è esattamente ciò che il lavoro in cerchio dovrebbe far nascere nel tempo, e qui, alla fine, ha iniziato a mostrarsi senza che nessuno lo chiedesse. Non sono risultati definitivi, sono segnali di una direzione. E in una scuola che lavora sui tempi lunghi i segnali di direzione contano quanto i risultati.
Il lavoro, naturalmente, non è finito: un percorso non chiude, semmai indica una strada. Come per i bruchi che diventano farfalle, non conta la velocità del cambiamento ma la direzione lenta e paziente che prende. La farfalla non esce dal bruco con un volo sicuro: esce con tentativi, cadute, nuovi slanci. Otto Friedrich Bollnow avrebbe parlato di atmosfera pedagogica: non la promessa di un risultato, ma la qualità dello stare accanto a chi attraversa la propria curva, e a un gruppo che attraversa le proprie turbolenze, sapendo che la curva e la turbolenza fanno parte del cammino e non lo interrompono.
I lavori nati in classe sono stati portati in piazza come segno di un cammino compiuto. Nessuno è ancora una farfalla: la trasformazione ha bisogno di tempo, molto più di un anno di scuola. Ma tutti hanno mosso qualche passo. E in quel passo c'è una certezza che ha attraversato ogni fase, quella di essere visti non come problemi da risolvere ma come persone in cammino. Malala Yousafzai diceva che un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo. Non perché la scuola sia onnipotente, ma perché è il luogo in cui le nuove generazioni imparano non solo che cos'è il mondo, ma ciò che può diventare. Noi esistiamo se esistono anche gli altri. In questo cerchio semplice e profondo sta, alla fine, il senso dell'inclusione. E il senso di questo cammino.

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Autori: Adele Melpignano, storica dell'arte, formatrice e autrice. Ha conseguito la laurea magistrale in Arte nel corso interateneo Verona–Trento e la specializzazione per le attività di sostegno didattico presso l'Università di Verona. Ha insegnato Arte e immagine, Storia dell'arte e Tecniche pittoriche in diversi istituti trentini e collabora da anni con riviste culturali. Scrive per piacere, alla ricerca del nuovo e alla riscoperta del vecchio; legge per imparare, conoscere e sognare. Prova a guardare le cose da un'altra prospettiva, convinta che forse il mondo sia migliore a testa in giù.
Mario Maresca, docente di sostegno nelle Scuole Secondarie di Primo e di Secondo Grado dall'a.s. 2000/2001. Ha collaborato per anni nell’ambito dei Corsi di Specializzazione per il Sostegno con le Università degli Studi di Udine, Venezia, Verona, Trieste e Trento in qualità di Tutor d’Area di Tirocinio, Tutor Coordinatore di Tirocinio, Docente di Laboratorio di Metodi e didattiche delle attività motorie e sportive e Orientamento, Progetto di Vita e alternanza scuola-lavoro.
Maria Romina Mauro, docente di sostegno specializzata per la scuola secondaria di primo grado e referente per l’inclusione. Docente TIC  nei corsi di specializzazione per  la formazione post universitaria dei docenti di sostegno. Formatrice PNRR per docenti. Esperta in metodologie e didattiche innovative con le nuove tecnologie per studenti con BES.


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