- Categoria: Educazione prenatale e prima infanzia
L'importanza dell'acqua nello sviluppo psico-fisico del lattante
Article Index
Ogni epoca educa e forgia la propria prole in relazione alle esigenze politiche, sociali e culturali dei tempi. Nell'antica Grecia, Sparta educava i suoi figli alla guerra e null'altro poteva sembrare utile alla comunità se non creare soldati forti e coraggiosi. Appena nato, il neonato veniva violentemente sbattuto per terra. Questo era il suo battesimo, il benvenuto al mondo, un procedimento rapido e diretto per saggiare la "tempra" del nuovo nato.
Nessuno spazio per i deboli, per i "perdenti"; chi sopravviveva diventava un soldato, chi soccombeva non pesava sulla comunità. Destino ben peggiore era riservato ai portatori di handicap.
Le stesse attività sportive (il nuoto tra le prime) erano finalizzate alla guerra e la ricerca della prestazione non era di certo fine a se stessa bensì orientata al rendimento bellico. Il corpo doveva essere rigido, forte, insensibile; la mente pronta all'azione, alla lotta e alla cieca e pronta obbedienza.
Fortunatamente i tempi (almeno in questa parte del mondo) sembrano cambiati e l'inversione di tendenza è in atto ormai da molti anni.
Non senza fatica, la logica e l'importanza del "piacere" e del benessere psicofisico (inteso evidentemente non come semplice edonismo) sembra aver soppiantato quella del cilicio e della penitenza ad oltranza. Pur sopravvivendo ai tempi, anche la concezione cartesiana della dicotomia corpo-mente ha subito un duro colpo. Dall'altro versante, se non del tutto vinta, la guerra per l'integrazione dei diversamente abili e delle fasce dette "deboli" della popolazione, sembra avviarsi ad una inevitabile quanto sacrosanta lieta conclusione.
L'uomo sembra essersi improvvisamente accorto che la strada dell'umanità passa, e deve necessariamente passare, per il benessere psicofisico e non per la negazione e la colpevolizzazione, antico retaggio di matrice pseudoreligiosa generatrice di malattie psicosomatiche e nevrosi di ogni sorta.
Il concetto di corpo prestativo sta lentamente ma inesorabilmente lasciando il posto ad una visione più completa di corpo emozionale dove l'unità somato-psichica trova ampio riconoscimento e soddisfazione.
Alla luce di quanto detto, oggi, il termine piscina non evoca più solo concetti come agonismo, prestazione, performance, sudore e fatica, ma richiama in molti immagini di benessere, rilassamento, terapia, divertimento e piacere senso-motorio.
Le piscine di tutta la Penisola seguendo questa logica, si riempiono di nuovi corsi, di nuove metodologie di nuovi obiettivi.
Un esempio per tutti è rappresentato dai corsi di acquaticità neonatale che in Italia (per la verità in ritardo rispetto ad altri paesi come la Francia) sembrano aver letteralmente invaso tutte le piscine a tal punto che le richieste per nuovi spazi, cresce in maniera esponenziale.
Ma perché portare un neonato in piscina?
Cerchiamo di analizzare attentamente la questione.
L'idea stessa di iscrivere un neonato in piscina presuppone in se stessa la lungimiranza del genitore. Presuppone ancora l'idea che il lattante non sia dunque considerato semplicemente un "oggetto" privo di qualsivoglia coscienza solo perché non comunica attraverso il linguaggio verbale. A tal riguardo, Bernard Aucouturier, autorevole psicomotricista francese, dice: "...il bambino fino ai due anni non ha accesso al linguaggio e al pensiero verbale.. il suo è un vissuto fatto di sensazioni a connotazione tonico-affettive ed emozionali non concettualizzate".
Riconoscere e capire questo significa iniziare a interpretare e valutare i comportamenti del lattante a partire dal suo punto di vista e non dal nostro. Sembra un pensiero da poco, ma in verità rappresenta un concetto determinante. Pensare in questo modo significa in definitiva dare dignità al neonato, considerarlo a tutti gli effetti un essere umano detentore di bisogni, emozioni e identità.
E' il punto di partenza di una nuova cultura, di una pedagogia umanizzata.
Le prime esperienze in questo settore risalgono agli anni '50 in Russia dove uno studioso, Igor Tjarkovskij, realizzava esperienze di acquaticità neonatale riscuotendo un notevole successo ma destando nel contempo molto scalpore.
Indubbiamente i metodi utilizzati da Tjarkovskij sono da definire cruenti e poco proponibili, ma segnarono la strada verso una metodologia di fatto più realizzabile.
Sono tantissimi gli studiosi che si sono occupati delle innate capacità natatorie dei lattanti e alcuni pronti a giurare che esistono dei veri e propri schemi motori natatori di base che se non richiamati sono destinati a perdersi. Erik Sindenblahd afferma: "L'adulto ha imparato a nuotare, il neonato non l'ha mai dimenticato"; Richard Restak, celebre neurologo americano, dice "Subito dopo la nascita il bambino cammina e nuota. Questi riflessi primitivi scompaiono ben presto e, la capacità di camminare e nuotare ricompaiono a distanza di molto tempo, questa volta però inquadrate nel contesto di reti neurali diverse". Ancora Desmond Morris, illustre zoologo e etologo, suddivide in tre momenti l'innata capacità di nuotare del neonato individuando una fase naturale seguita da quella della paura e dell'apprendimento successivo. Ad avvalorare questa tesi ancora studi di M. Odent, F. Leboyer, K. Meinel e tanti altri.
L'utilità dell'acqua nello sviluppo del bambino
Alla nascita il lattante si trova in una fase di dipendenza completa dalla figura materna tanto che Wallon definisce il neonato un "parassita integrale" dotato di un patrimonio innato di riflessi ma incapace di sopravvivere se abbandonato a se stesso.
Questa sua condizione di "parassita" durerà diverso tempo. Il neonato attraverserà tappe o periodi nei quali (ed attraverso i quali) trasformerà i riflessi in prassie e queste in coordinazioni fino ad arrivare alla completa padronanza e controllo del suo corpo e delle sue emozioni. Ma se è vero che esiste un piano stabilito dalla natura, è altrettanto vero che a declinarlo sarà l'ambiente. L'ambiente dovrà stimolarlo, incoraggiarlo, accoglierlo e proteggerlo ma dovrà anche correggerlo, amarlo e guidarlo; il bambino risponde alle domande del mondo esterno con la misteriosa sapienza di secoli di evoluzione.
Nella diade madre-bambino è scritto e nascosto gran parte del futuro emotivo, sociale e relazionale del neonato. Nei primissimi anni di vita si scrive il maggior sviluppo cognitivo e affettivo dell'uomo.
L'acqua rappresenta in questo contesto un elemento privilegiato all'interno del quale il neonato con i genitori vive un'esperienza fatta di holding, handling, percezione e relazione ma anche sorrisi, piacere, rilassamento in un crescendo di emozionalità intensa e naturale nel contempo. Non certo di coordinazioni e di esercitazioni si dovrà parlare. Tanto meno l'addestramento e il tecnicismo hanno ragione di esistere in questo delicatissimo periodo.
L'istruttore copre il delicato e difficile ruolo di mediatore e svolge un compito definibile di regia educativa, di stimolatore ma nello stesso tempo di moderatore, ridimensionando le aspettative di genitori troppo frettolosi. Ma per svolgere questo compito l'istruttore deve sapere, conoscere e interpretare; come dice la Montessori, deve "attendere osservando" ma è di certo un osservatore consapevole e preparato. Per il resto, come dice F. Leboyer: "Il maestro è, ancora una volta il bambino. Sarà lui ad insegnarvi, a istruirvi. Alla sola condizione che siate modesti".
Attraverso l'acqua si potenzia il "romanzo d'amore" tra madre e bambino che rimane per sempre scolpito nei muscoli ed accompagnerà in futuro tutti i rapporti e le relazioni del bambino-adulto. Scivolamenti e manipolazioni, dialogo tonico e regressioni, piccoli giochi e sensazioni significative verranno engrammate nel corpo del piccolo ma anche della madre e del padre che costruiscono e rafforzano reciprocamente il legame con il figlio.
Bisogna considerare che in questa fase il bambino non è unicamente, come dice Leboyer, uno "spettatore appassionato del suo corpo" ma è anche attore impegnato per il suo benessere, per il suo sviluppo.
L'acqua accarezza la pelle, lascia una traccia sulla superficie corporea (effetto traccia), scivola lasciando nel corpo la sensazione ed il ricordo di questa carezza, stimolando i recettori e creando la percezione del corpo vissuto come unità diversa dall'acqua, cioè di immagine di sé in contrapposizione all'elemento liquido. Le propriocezioni aiutano il bambino ad organizzare e controllare l'immagine del sé che inizia a delinearsi, ad organizzarsi.
In acqua si inizia a regalare al bambino esperienze di piacere sotto forma di engrammi positivi.
La pelle rappresenta il 20% della superficie corporea del neonato e per Anzieu apporta stimolazioni sensoriali ancora più importanti del tono muscolare posturale proposto da Ajuriaguerra. Potremmo definire la pelle il confine tra IO e NON-IO, tra corpo e spazio, tra ciò che appartiene al neonato e ciò che sta fuori. Head definisce l'involucro corporeo usando il termine interfaccia, una sorta di carta tattile che media i rapporti tra ciò che è interno al corpo e ciò che è al di fuori.
Una volta che abbiamo appreso l'importanza che assume la pelle in qualità di involucro sensoriale, possiamo facilmente intuire le innumerevoli stimolazioni che l'acqua è in grado di apportare al neonato. Stimolazioni che hanno il duplice vantaggio di essere al contempo globali (in quanto l'acqua avvolge l'intero corpo) e continue. L'acqua consente al neonato una grande possibilità di movimento il quale favorisce il fenomeno della retroazione cinestetica fondamentale sistema attraverso il quale la motricità e le relative afferenze da essa provocate, danno indicazioni al bambino circa la sua "esistenza". In definitiva, il movimento serve per rivelare al bambino la sua esistenza e la sua presenza al mondo.
La formazione dello schema corporeo rappresenta una tappa fondamentale nel normale sviluppo psicofisico del bambino. Una corretta formazione di tale schema permette al bimbo: "... di disporre di un'immagine del corpo operativa nel senso piagetiano del termine, cioè di un supporto che permette di programmare mentalmente delle azioni, basandosi sugli oggetti circostanti ed anche sul suo proprio corpo". (J.Le Boulch).
Imparare facendo
I tempi in cui si fasciavano i bambini sembra definitivamente passato, ora si parla di intelligenza emotiva, di esperienze piacevoli engrammate, di "codice duale", di piacere senso-motorio e di empatia. Lo stesso Piaget affermava che si impara facendo e di certo dice il vero, ma vale la pena aggiungere che facendo si muovono e si sbloccano emozioni le quali sono di certo spinte dal desiderio, dunque dall'intenzionalità. Anche se per qualcuno è difficile crederlo, il neonato possiede una sua volontà, una sua saggezza; esso nasce e si trova catapultato, come dice Leboyer " nel rombo di mille tuoni", è ancora una pura vertigine in un mondo dove tutto è rumore, confusione e caos. Con il tempo e molta fatica, riesce ad organizzare l'esperienza e riconoscere e controllare la tempesta di emozioni che prima lo attraversavano devastandolo.
La piscina può aiutarlo in questo suo cammino. Inizialmente lo aiuterà a dare un senso alle sensazioni, ad organizzarle, sostenuto dall'amore e dalla pazienza dei genitori; successivamente, dopo i quattro mesi, inizierà a tessere una ragnatela di relazioni e di intimità per giungere alla terza fase del linguaggio preverbale fatto di comportamenti/emozione dove manifesterà il germe dell'intenzionalità. La quarta fase è quella dell'intenzione, della volontarietà che lo porterà alla simbolizzazione e al linguaggio verbale.
Abbiamo visto l'importante ruolo della madre in tutto questo processo ma il ruolo del padre (seppure spesso considerato marginale in questo primo periodo) lo è altrettanto. Esso ha il difficile compito di entrare con gradualità all'interno della diade, evitare che il monotropismo (attaccamento ad una singola figura di riferimento) Bolbyano divenga per il bambino una futura prigione e facilitare così la graduale e futura socializzazione del lattante. Egli, come recita Wallon "... più presto si inserirà, meno il lattante avrà la possibilità di considerarlo un estraneo, un guastafeste nella coppia madre-figlio".
Permettere al neonato di muoversi liberamente e dare libero sfogo alla motricità in un ambiente protetto e piacevole come l'acqua, riveste un'altra valenza utilissima.
La piscina, nell'ora di acquaticità, diventa un teatro di osservazione privilegiato all'interno del quale osservare i comportamenti del lattante e le eventuali anomalie.
Con la preziosa collaborazione di un pediatra, eventuali ritardi nell'apprendimento potrebbero essere precocemente individuati evitando così dannosissimi ritardi nell'intervento e nella eventuale terapia.
Per particolari tipologie di handicap sensoriali come per esempio la cecità, il nuoto continua ad essere la pratica maggiormente consigliata dagli esperti in particolare per la prevenzione di atteggiamenti degenerativi come manierismi, blindismi o qualunque tipo di movimento automotorio generatore di blocchi nel normale sviluppo psicofisico del bambino.
I neonati in situazioni di handicap traggono, dalla pratica motoria in acqua, benefici incalcolabili in virtù del potere fortemente vicariante e compensativo che possiede il cervello a questa età.
La cultura del movimento oggi, in Italia e in tantissimi altri paesi, si muove nella direzione del benessere psicofisico e della prevenzione primaria attraverso un sano investimento nella pratica natatoria. Le grandi proprietà curative dell'acqua erano già conosciute dai nostri avi che già in epoca romana avevano fatto delle terme un luogo di ritrovo e di cura.
Gli stessi figli dei faraoni venivano fatti nascere nell'acqua. Oggi si assiste alla riscoperta di questo preziosissimo elemento forse in un periodo in cui le grandi siccità stanno portando tristemente alla cronaca l'elemento acqua.
Questa nuova cultura dell'acqua sta operando in questi anni una vera e propria rivoluzione che richiama in piscina nuove fasce di popolazione, di quella popolazione considerata "debole" solo perché per anni mai interpellata, mai coinvolta, mai valorizzata. Oggi la Federazione Nuoto intende accettare la sfida; aprendo le porte a questo tipo di attività si apre un nuovo capitolo che necessariamente chiamerà tutti i tecnici e tutti i dirigenti ad un rinnovamento sia sul piano culturale che su quello metodologico per andare verso una nuova pedagogia dell'acqua.
Una volta accolta con cognizione e convinzione la sfida, per il resto non ci sarà da preoccuparsi: "L'acqua completerà il vostro lavoro. Essa è, credetemi, molto più abile di voi.
Vi basterà lasciarla lavorare" (F. Leboyer).
Autore: Salvatore Bandinu è diplomato I.S.E.F. e ha conseguito delle specializzazioni in "Attività psicomotorie e acquatiche per non vedenti", "Nuoto prescolare 0/8 anni", "Nuoto e anziani", "Sport e Disabilità". Si è inoltre diplomato in Idrochinesiologia - Recupero polifunzionale. Lavora in qualità di animatore e psicomotricista presso alcuni centri socio-educativi per minori, come istruttore di nuoto ed insegnante di educazione fisica nella scuola.
E' Responsabile Provinciale Cagliari della Sezione Salvamento della Federazione Italiana Nuoto dal 1996 a tutt'oggi ed è autore del manuale "La psico-acquaticità: Esperienze d'acqua nella primissima infanzia".
copyright © Educare.it - Anno III, Numero 11, Ottobre 2003

