- Scritto da Simona Premi
- Categoria: Vivere di Scuola
Da collega a collega, dialogo sulla valutazione
Qualche anno fa sono stata affiancata come tutor a una collega in anno di formazione. Durante i momenti dedicati all’ascolto e alla consulenza, la collega mi ha subito espresso il suo timore nell’affrontare l’atto valutativo. Cosa significa valutare e soprattutto come compiere questo atto educativo complesso, che pone molti docenti, anche esperti, sulla difensiva perché è esposto alle famiglie e agli studenti?
Sono d’accordo con la giovane collega, il percorso valutativo è uno dei compiti più importanti e complessi che ci sono affidati ed è svolto all'interno di contesti in continuo cambiamento. Indubbiamente molti insegnanti preferiscono non assumersi rischi e scelgono di rimanere nel territorio più sicuro dei “compromessi delle risposte corrette”, come lo definisce Gardner. Molto spesso sia gli studenti, sia le famiglie preferiscono la tipologia di prove in cui l’alunno dà evidenza di efficacia riproducendo i contenuti del sapere tuttavia questo approccio rischia di generare conoscenza inerte e non mette gli studenti nelle condizioni di confrontarsi con situazioni reali.

Riordinando lo studio, mi torna tra le mani l’agenda 2019/20 ed un particolare mi balza subito agli occhi: la netta differenza di usura e di consistenza delle pagine da marzo in poi; un crescendo di appunti e appuntamenti che si intrecciano moltiplicandosi. Ricordi non lontani nel tempo riaffiorano alla mente, anche se sembra passato un secolo.
Già in tenera età, i bambini manifestano dei comportamenti finalizzati all’esplorazione della realtà che li circonda: spinti dalla curiosità, sono impegnati a compiere sempre nuove esperienze, acquisendo così una sempre maggiore consapevolezza della realtà che è a loro più prossima. Tuttavia, la loro capacità di osservare è ancora limitata: per tale motivo si evidenzia la necessità dell’intervento educativo che, sfruttando l’istinto di conoscere il mondo, può arricchire le potenzialità presenti in ciascun bambini, introducendo elementi di riflessione volti alla scoperta delle “componenti scientifiche” della realtà.
Avrei giurato che fossero estinti da una vita. Forse è perché ho la fortuna di frequentare generalmente persone di un certo spessore umano. Invece no, mi sono sbagliata: incredibilmente, esistono ancora! Li ho sentiti con i miei orecchi, esistono ancora insegnanti che sono per le classi differenziali. Sì, esattamente: aspirano a un bel ghetto, in cui internare -finalmente liberandocene!- i vari alunni “problematici”, quelli con disabilità, disturbi di apprendimento, difficoltà cognitive, DSA, ADHD, QI sotto a un dato livello e naturalmente handicap di vario tipo. Ma è soprattutto “per loro” che lo vogliono, “per il loro bene”, perché “tanto, in una classe di ‘normali’ sentirebbero sempre la loro ‘diversità’; emergerebbe sempre il divario rispetto agli altri e sarebbe frustrante confrontarsi quotidianamente con loro, con quelli bravi, ...poverini”.