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Morire in gravidanza

Sono molti gli attacchi che può subire una donna in gravidanza e che possono mettere in pericolo la sua vita e quella del bambino. Tra questi, ricordiamo la temuta pre-eclampsia. Quello che però è poco conosciuto e il rischio di morte dovuto a omicidio o suicidio che, invece, capita più spesso di quanto non si pensi.

A sollevare questo velo sono stati i ricercatori statunitensi della Georgia Health Sciences University di Augusta, i quali hanno pubblicato i risultati di un grande studio su Obstetrics & Gynecology.
Lo studio ha esaminato i dati relativi al report del Centers for Disease Control and Prevention National Reporting System Violent Death, che comprende 17 stati. Da questi è emerso che circa tre donne ogni 100mila, le quali sono incinte o hanno un figlio di meno di un anno, vengono uccise; due su 100mila invece si suicidano. I dati, secondo gli esperti, sono tuttavia molto sottostimati.

A detta dell’autrice principale dello studio, dottoressa Christie Palladino, le morti da problemi medici durante la gravidanza sono diminuite negli ultimi decenni; per converso sono aumentate le morti violente da omicidio o suicidio.
«Abbiamo visto un miglioramento nelle cause più tradizionali di morte, probabilmente dovuto ai progressi nelle cure mediche e le pratiche di salute pubblica. Ma il tasso di infortuni sembra rimanere costante», ha spiegato Palladino, ricordando che questa scoperta è in realtà preoccupante perché le morti violente dovrebbero essere fermate.

Sempre dai dati raccolti si è scoperto che vi sono gruppi di donne che sono a maggiore rischio di morte violenta. Tra questi vi sono le donne bianche non sposate e oltre i 40 anni per il rischio di suicidio; le donne più anziane o sotto i 24 anni o non sposate quelle più a rischio omicidio.
Le speranze della dottoressa Palladino sono dunque che si possa intervenire nei casi a rischio che, spesso, sono individuabili per mezzo delle richieste di assistenza di donne incinte che si rivolgono agli operatori sanitari a causa di maltrattamenti in casa propria. Ma è importante riuscire anche a individuare i casi non segnalati che, altrettanto spesso, sono maggiori di quelli di cui si viene a conoscenza.

La Stampa, 31/10/2011