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ESPERIENZE E PROGETTI

 

LA SCUOLA DIVERSAMENTE ABILE

Un’esperienza di integrazione di un bambino autistico nella scuola media

di Bruno Furcas

seconda parte - terza parte

Quando nel maggio 2004, ad anno scolastico non ancora concluso mi fu proposto per l’anno successivo di seguire un bambino autistico, restai piuttosto sconcertato. Devo ammettere che “la letteratura” in circolazione sul caso non era molto rassicurante, anzi, tutt’altro. Si trattava di modificare il mio modo di lavorare, il mio modo di interagire con gli alunni, e sarei dovuto passare da un’interazione di gruppo ad un’altra di tipo strettamente individuale.

Assieme alla scuola, ci si attivò immediatamente per predisporre un piano per accogliere l’alunno nella maniera meno traumatica possibile, sia per se stesso, che per i suoi compagni. A tal fine ci si è attivati per formare una classe ad hoc in particolar modo dal punto di vista numerico.
Al di là di queste attenzioni, comunque, la scuola all’inizio dell’anno scolastico non era ancora predisposta ad accoglierlo, non c’era ancora un’aula strutturata per lavorare con l’alunno in modo adeguato per quel tipo di problema. Pertanto, mentre si attendeva la predisposizione di tale ambiente e in attesa dell’arrivo dell’alunno, avvenuto il 20 ottobre 2004, gli operatori coinvolti (in modo particolare, insegnante di sostegno ed educatore), hanno intrapreso un percorso di formazione e di conoscenza dell’alunno presso il Centro che l’aveva in cura. Il percorso appariva tutt’altro che semplice: si ricercavano ansiosamente strumenti operativi quasi a voler esorcizzare con l’attivismo la paura e il rischio di impotenza di fronte alla complessità della situazione.

Mentre la scuola viveva questo periodo di attesa con preoccupazione e con motivato timore, prendeva piede la cattiva informazione, e come nelle situazioni in cui non vi è sufficiente conoscenza, si diffonde la paura del “mostro”. Parallelamente, quindi, alla costruzione degli strumenti operativi, sotto la guida dell’equipe degli specialisti dell’Ospedale di riferimento, ci siamo attivati a diffondere, una corretta informazione che impedisse, l’accrescere di una situazioni di “panico” ingiustificata. Una particolare attenzione, alle modalità di comunicazione e di informazione, è stata riservata ai compagni di classe, ai fini di una buona riuscita della delicata fase dell’accoglienza. L’allarmismo che, nel frattempo, si era creato in tutta la scuola ha reso necessario, soprattutto nel primo periodo, interventi separati, da una parte con l’alunno in situazione di svantaggio e dall’altra con il contesto non favorevole, che quotidianamente si doveva affrontare con grande difficoltà.

A scuola si era ormai diffusa l’immagine di un ragazzo dall’autonomia fortemente compromessa, auto ed etero aggressivo con grave deficit mentale. Anche gli operatori coinvolti nel percorso scolastico sono stati oggetto, di atteggiamenti fortemente stigmatizzanti da parte del contesto sociale.

L’incontro
Ricordo, non il primo giorno ma il primo istante in cui ho incontrato Fabrizio. In maniera un po’ irruenta, si è avvicinato, mi ha guardato dritto negli occhi, ha allungato le mani e in modo tenero e delicato mi ha accarezzato il mento. Questo gesto mi turbò e mi indusse ad una riflessione. Sino a quel momento avevo sentito parlare solo di aggressività, difficoltà di interazione con gli altri e con i compagni che, anzi, dovevano essere tutelati con molta attenzione.

Mentre tornavo a scuola per riferire l’esito dell’incontro con Fabrizio, più confuso che mai, mi balenò nella mente il moto socratico: “sapere di non sapere quale premessa migliore per la ricerca del sapere” e di pari passo il pensiero di Danilo Dolci, un grande maestro di cui ho avuto la fortuna di frequentare i suoi seminari maieutici. Spesso mi ripeteva che: “di fronte alle difficoltà, bisogna fermarsi, osservare attentamente con spirito critico, valutare, e trarre le conclusioni in maniera coerente con la propria coscienza e non secondo quella altrui. Questo pensiero è stato forse il motore del mio percorso educativo, in un secondo momento condiviso dagli operatori che hanno creduto in un risvolto positivo del percorso. Affrontare il discorso con il linguaggio della concretezza e delle parole semplici per poter parlare di cose grandi. Diceva, ancora, Danilo Dolci, “bisogna continuare ad andare avanti, con spirito di sacrificio e con perseveranza, proprio nel momento in cui, spesso, prevale il sentimento del non ce la faccio più e del chi me lo fa fare; perché, proprio nel momento in cui stiamo per gettare la spugna, giungono risultati inattesi che rappresentano spunto di approfondimento ed incoraggiamento per continuare con convinzione il percorso intrapreso”.

Poiché l’autismo è un disturbo che colpisce specificamente le relazioni interpersonali, la comunicazione, le attività immaginative e del gioco, si è creato un contesto comunicativo corretto e chiaro, e una struttura ambientale e sociale solida che favorisse l’acquisizione delle abilità sociali, nell’intento di migliorare la qualità della vita presente e futura del ragazzo, all’interno e all’esterno del contesto scolastico. Non c’è un’ integrazione reale ed effettiva se non si modificano i comportamenti ritenuti inadeguati e che contribuiscono ad allontanare, ad impedire, qualsiasi contatto umano.

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Autore: Bruno Furcas è l’educatore che ha seguito il percorso di integrazione scolastica dell’alunno Fabrizio presso la Suola Media “Rosas” di Quartu Sant’Elena,

copyright © Educare.it - Anno VI, Numero 4, Marzo 2006


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