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DISTURBI DELL'ALIMENTAZIONE

 

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I DISTURBI ALIMENTARI
Possibilità di cura: come e dove (perché la guarigione è tanto problematica

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di Laura Fornari

Come già descritto nell’intervento precedente, convincere una ragazza anoressica o bulimica a curarsi non è semplice, o meglio, non lo è nei tempi che permetterebbero una guarigione più veloce e certa.

All’inizio della malattia non ci sono sintomi gravi, anzi sembra che la dieta sia la soluzione di tutto; ma quando si instaurano tutti i problemi fisici derivanti dalla nutrizione insufficiente (depressione, astenia, scomparsa delle mestruazioni e conseguente decalcificazione ossea) si comincia a preoccuparsi ed è in questo momento che molte ragazze accettano "l’idea" di farsi curare.

Purtroppo solo l’idea, perché in realtà molte fingono di accettare la visita del medico solo per compiacere i genitori.

In realtà loro sono convinte di "potercela fare" da sole. I ricostituenti che normalmente il medico di base prescrive finiscono nel lavandino, perché a questo punto si è instaurato un altro sintomo micidiale nel mantenimento della malattia: il disturbo dell’immagine corporea. Pesano trentacinque, quaranta chili per un metro e settanta d’altezza, ma loro si sentono e si percepiscono grasse. Questo disturbo si presenta anche in altri casi in cui la dieta è stata seguita o per cura di altre disfunzioni (diabete o cardiopatie) o in situazioni sperimentali.

Altra conseguenza grave della dieta troppo restrittiva, è la fobia per il cibo. E’ una vera e propria paura che le porta ad evitare ogni situazione in cui potrebbero trovarsi di fronte al cibo. Spesso esorcizzano questa paura nutrendo gli altri. Cucinano per la famiglia o addirittura lavorano in ristoranti o pasticcerie.

Quando la loro situazione fisica è fortemente compromessa, vengono ricoverate in strutture ospedaliere (spesso psichiatriche) ma anche questa ben presto si rivela una scelta fallimentare.

Ci sono cliniche in cui l’anoressia nervosa e la bulimia vengono curate sia dal punto di vista fisico che psicologico e spesso hanno una buona possibilità di riuscita nella cura; il problema si ripresenta quando le ragazze tornano in famiglia e ritrovando le stesse problematiche, ricadono nella malattia. Spesso le anoressiche "guarite" scivolano nella bulimia.

L’ideale sarebbe poter contare sulla presenza di un buon medico di base che segua la ragazza dal punto di vista medico, di uno psicologo che si occupi della sofferenza psichica della ragazza ed essenziale la collaborazione della famiglia.

La dove le famiglie comprendono, naturalmente con l’ausilio degli specialisti, la vera natura della malattia della loro figlia, e collaborano nella sua ri-educazione, le possibilità di guarigione sono molto più alte.

Il primo punto cruciale che i genitori si trovano ad affrontare è: come convincere la figlia a farsi curare. Come premessa, è necessario che i genitori condividano l’idea che alla figlia occorre un aiuto specialistico. Se i genitori non si propongono come veramente concordi su questo punto, difficilmente riusciranno a convincere la figlia. Se non c’è una reale convinzione da parte di entrambi i genitori riguardo ad una terapia per la figlia, quest’ultima si convincerà di non essere malata e cioè di non avere bisogno d’aiuto; sente di poter contare sull’appoggio del genitore contrario al trattamento terapeutico. Cosa fare quindi, visto che il tempo è prezioso?

Può essere un atteggiamento vincente, il proporre alla figlia un colloquio informativo con uno specialista, senza insistere sulla necessità di qualsiasi terapia. In ogni caso non deve sembrare una decisione imposta, ma una possibilità per vagliare il da farsi.

Si può dire che c’è un problema che coinvolge tutta la famiglia, che per questo si desidera rivolgersi ad un esperto che indichi possibili soluzioni.

A questo punto, sarà lo specialista a trovare le giuste motivazioni per aiutare la ragazza a scegliere la psicoterapia e darà ai genitori le indicazioni necessarie per un atteggiamento che favorisca tale scelta.

Quasi tutte le ragazze affette da questi disturbi, accettano molto più facilmente di partecipare ad un colloquio con uno psicoterapeuta, se anche i genitori vi partecipano. C’è sempre da parte di queste ragazze, l’atteggiamento colpevolizzante per quanto sta loro accadendo, rivolto ai genitori. (Come questo non sia completamente vero lo vedremo nel prossimo intervento).

Se i genitori hanno comunque l’atteggiamento di chi accetta di "mettersi in discussione", l’impressione che le figlie ne ricavano è decisamente favorevole. Non si sentono colpevolizzate come uniche responsabili della loro malattia e diventano più collaborative. Queste ragazze in genere colpevolizzano molto i genitori e amano vedere che anche loro sentono di avere delle responsabilità. In questo momento è molto importante che i genitori mettano da parte inutili atteggiamenti di orgoglio o di amor del vero a tutti i costi; servono solo a mantenere la loro figlia nella malattia.

In ogni caso, quando da parte delle ragazze c’è un rifiuto a curarsi, nonostante tutto, è giusto che i genitori si impongano con le figlie minorenni; con le figlie maggiorenni un ricovero coattivo è giustificato solo in caso di grave rischio della loro vita, che comunque deve essere diagnosticato e deciso dal medico curante o da un pronto soccorso.

Alcune regole pratiche comunque possono essere d’aiuto ai genitori che si trovino in questa situazione:

  • Non permettere mai alla ragazza di mangiare da sola o di mettersi a cucinare per tutta la famiglia a qualsiasi ora. L’ora dei pasti è uguale per tutti e che mangi o meno è giusto che la ragazza condivida con gli altri questo momento.
  • Non coinvolgere i fratelli in funzioni di controllo circa il comportamento della ragazza anoressica. Il problema del "controllo" è un punto cruciale in questa patologia, perciò non si deve mettere gli altri figli in situazione di "spia controllante". Non serve a niente per la ragazza ed è diseducativo per gli altri figli.
  • Non cambiare le abitudini di vita della famiglia. In alcuni casi le mamme smettono di lavorare per seguire le loro figlie a tempo pieno; è un grave errore che genera maggior tensione tra madre e figlia e rafforza la convinzione di quest’ultima che le sia tutto dovuto in funzione della sua malattia.
  • Mantenere le amicizie e gli impegni sociali abituali. Spesso i genitori di queste ragazze abbandonano i loro passatempi e le loro amicizie. Inoltre è facile che anche loro cadano in depressione.
  • Non cambiare le regole educative che sono in vigore all’interno della famiglia. Spesso però, questi genitori oscillano tra un eccessivo permissivismo e un esagerato autoritarismo. Trovare la giusta via ed aderirvi sarebbe auspicabile.
  • Non trattare la figlia malata in modo diverso dagli altri figli. Sarebbe un modo per autorizzare la ragazza a prevaricare e a tiranneggiare anche i fratelli. Alcuni fratelli diventano fin troppo protettivi e preoccupati. Sono solo le suggestioni che arrivano loro dai genitori e non fanno bene a nessuno.

Resta comunque fondamentale la psicoterapia. Di solito funzionano molto più rapidamente le terapie cognitivo-comportamentali, almeno all’inizio, per modificare rapidamente i pensieri problematici e i comportamenti autodistruttivi. In seguito ogni terapeuta deciderà come meglio orientarsi anche in base all’individualità del soggetto ed alle sue esperienze di vita. Nel mio prossimo intervento mi occuperò della relazione genitori-figli e delle domande che i genitori si pongono sempre quando compare questa malattia.

copyright © Educare.it - Anno I, Numero 11, Ottobre 2001

 


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